Poetry

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Intervista di Alessia Mocci al poeta russo Arsen Mirzaev: vi presentiamo Chiedo asilo poetico

“[…] amo anche staccarmi – strapparmi da questa celebre “esistenza letteraria” verso la natura – nel bosco, sui monti, al mare, nel deserto.... “I poeti devono vagare e cantare!” – con questa affermazione di Velimir Chlebnikov sono d'accordo al 200 %.” – Arsen Mirzaev

Il vagare dei poeti non può che far ricordare quei celebri versi dello stimato Ugo Foscolo (“Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme/ che vanno al nulla eterno; e intanto fugge/ questo reo tempo, […]”) che contemplavano e cantavano alla sera ringraziandola per la pace prodotta proprio da questo vagare. Ed ancora ricorda quel vagare dell’Islandese in continuo dialogo con la Natura in contrapposizione ad un poeta che lasciò di rado la sua biblioteca sita a Recanati.

Nato a San Pietroburgo nel 1960, Arsen Mirzaev è poeta, critico e studioso di letteratura. All’attivo ha collaborazioni con diverse case editrici e riviste letterarie, con pubblicazioni di versi ed articoli.

La sua prima silloge è stata pubblicata nel 1994 ed è intitolata “Un altro respiro” (Drugoe dychanie), seguono nel 1996 “Oltre al resto” (Pomimo pročego), nel 2000 “I versi e i canti di Anton Kompotov (Stichi i pesni Antona Kompotova), nel 2001 “La musica della conversazione di innamorati sordomuti” (Muzyka razgovora vljublënnych gluchonemych), nel 2008 “L’albero del tempo” (Derevo vremeni) e nel 2015 “Vita a ¾” (Zizn' v ¾).

Da circa 15 anni organizza rinomate serate letterarie presso lo storico albergo Old Vienna situato dietro l’angolo rispetto ad uno dei monumenti più interessanti dell’arte russa la Cattedrale di Sant’Isacco costruita dal 1818 al 1858.

“Chiedo asilo poetico” è stato pubblicato nel 2020 dalla casa editrice Macabor Editore nella collana “I fiori di Macabor”, l’elaborazione grafica della copertina di Giorgio Ferrarini. Paolo Galvagni ne ha curato la nota finale e la precisa traduzione.
“tutti/ tutti/ tutti si istupidiscono con gli anni// eccetto alcuni/ alcuni/ in verità –/ è una grandezza/ infinitamente piccola”

A.M.: Salve Arsen, sono lieta di poter approfondire la sua conoscenza con questa intervista e la ringrazio per il tempo che mi dedicherà. Vorrei, se è possibile, geolocalizzare il poeta, chiedendole: San Pietroburgo è una città attiva artisticamente oppure lei è una delle poche eccezioni?
Arsen Mirzaev: Sono felice di salutarLa! Ringrazio per l'interesse che ha mostrato verso la mia modesta persona e il mio libro, tradotto da Paolo.
A Pietroburgo ci sono tanti poeti. Validi, anche vari. Ce ne sono di vivi, interessanti e di talento. E ci sono scribacchini, parolai e grafomani. I primi, mi pare, sono molto meno... Ahimè.
Così, San Pietroburgo. La città in cui sono nato, ma vi ho abitato solo dopo aver completato la scuola media a Vorkuta (il Nord, il Polo, negli anni '60 Vorkuta era davvero una città di banditi, una delle “capitali” criminali – come Kolyma e Magadan). Cioè dal 1977. E solo a San Pietroburgo (allora, certo, Leningrado) ho cominciato a capire che cosa fosse la vera poesia (anche se avevo provato a scrivere versi a scuola – avevo studiato non solo a Vorkuta, ma anche a Mosca, e a Gelendžik – e durante il servizio militare tra le file dell'esercito sovietico, in una cittadina nei pressi di Zagorsk). All'Istituto Geologico di Leningrado (LGI), a cui mi sono iscritto sotto l'influenza di mio padre geologo, parallelamente allo studio, dal primo anno, sono iniziate le lezioni al LITO (unione letteraria) del LGI, che era guidato da Michail Jasnov, noto poeta per l'infanzia e traduttore di poesia francese. Poi ho avuto: il lavoro nella Casa degli scrittori leningradese; lo studio alla Libera Università (cattedra di poesia: 1989-1991); il lavoro come redattore (dall'inizio degli anni '90) – nell'organico e non – praticamente in tutte le case editrici pietroburghesi; comporre e redigere la rivista artistica letteraria samizdat “Sumerki” (1989-1995); il lavoro in giornali e riviste – pubblicista, giornalista e redattore; lo studio dell'eredità creativa dell'avanguardia russa dell'inizio del XX secolo (prima di tutto – Velimir Chlebnikov, Vladimir Majakovskij, Elena Guro, Tichon Čurilin, di cui ho preparato libri, commentandoli e pubblicandoli per varie case editrici di Mosca e San Pietroburgo); la partecipazione a conferenze scientifiche internazionali, dedicate all'avanguardia e alla letteratura contemporanea; la preparazione di varie antologie di poesia pietroburghese contemporanea; la cura e la conduzione di serate letterarie (letture poetiche, presentazioni di riviste e case editrici, serate di prosa, festival) – dal 2005. E così via. Non ricorderò tutto ed elencare tutto sarebbe troppo lungo. Ma, in un modo o nell'altro, tutta la mia vita è stata legata alla letteratura, ai libri, alla poesia. E tutti i miei amici in gran parte sono poeti, artisti, musicisti.
E la nostra vita era e continua a essere del tutto viva. Probabilmente alle peregrinazioni e ai viaggi (non sono solo festival poetici in diverse città e paesi, ma anche semplicemente viaggi “per il mondo”) dedichiamo non meno tempo che alla lettura di libri e composizione di versi nei nostri appartamenti e studi.

A.M.: Nella nota finale della raccolta “Chiedo asilo poetico”, il suo traduttore Paolo Galvagni scrive: “Siamo di fronte a una persona, la cui vita è legata in modo fatale alla poesia e si è tramutata in “esistenza letteraria”: non sa dove scappare. Quasi tutti i suoi versi sono organica-mente iscritti nella vita letteraria della Pietroburgo contem-poranea, coi suoi innumerevoli saloni letterari e altre amenità poetiche.” Si rispecchia in questa immagine?
Arsen Mirzaev: Dell'“esistenza letteraria” ho già scritto tanto, rispondendo alla prima domanda. Ma è solo una parte di me e della mia vita. Sì, sono “iscritto” alla letteratura, inserito in essa (anche ufficialmente: come membro delle unioni di scrittori, come portatore di cultura, compositore di antologie, redattore di riviste, membro di diverse giurie professionali, etc), si può dire che sia radicato in essa dalla testa ai piedi nei 35 anni della mia “letteraturovita” (la mia esistenza nella letteratura), occupandomi all'infinito di tutti i possibili studi, della preparazione di libri, conducendo ogni anno una quantità infinita di serate poetiche. Ma amo anche staccarmi – strapparmi da questa celebre “esistenza letteraria” verso la natura – nel bosco, sui monti, al mare, nel deserto.... “I poeti devono vagare e cantare!” – con questa affermazione di Velimir Chlebnikov sono d'accordo al 200 %.

A.M.: Nella lirica “Il giorno di San Valentino” si legge “[…] – diventare/ uno stupido geniale,/ […]” (“[…] – стать/ гениальным придурком,/ […]”), con questa immagine intende menzionare lo jurodivyj, figura del mondo ortodosso russo con significato di “folle in Cristo” o “santo idiota”?
Arsen Mirzaev: No, qui non avevo alcuna intenzione di fare un accenno agli “jurodyvie” russi, anche se mi interessano tanto. Avevo in mente un motivo di Van Gogh, la celebre storia col suo orecchio tagliato (abbastanza ironico e autoironico) la estrapola sull'“amato se stesso” l'eroe lirico di questa poesia.

A.M.: Da studioso di letteratura si è occupato dell’opera del poeta russo Velimir Chlebnikov (Oblast' di Astrachan', 9 novembre 1885 – Santalovo, 28 giugno 1922). Una breve poesia recita: “Preposto al servizio delle stelle,/ Io giro, come una ruota,/ Che s'invola all'istante sull’abisso,/ Che finisce sull'orlo del precipizio,/ Io imparo le parole.” Vorrei soffermarmi su “stelle”, “abisso” e “parole”: la vertigine è una condizione necessaria per il poeta?
Arsen Mirzaev: La mia “storia” con Chlebnikov, il grande Futurista, è cominciata circa quaranta anni fa, quando a me, studente della facoltà geologica dell'LGI, hanno chiesto di tenere una lezione su Velimir per gli studenti stranieri dell'Istituto geologico. Era il 1981 o 1982.
Nel 1986 ho partecipato alla conferenza (Fortezza di Pietro e Paolo, San Pietroburgo), dedicata al centenario di Velimir Chlebnikov. Poi ho prese parte a numerosi festival e conferenze scientifiche dedicate a Chlebikov e all'avanguardia letteraria dell'inizio del XX secolo, tenute a San Pietroburgo, a Mosca, a Parigi, a Helsinki, a Velikij Novgood, ad Astrachan', a Kazan', a Čeljabinsk, a Tver' e in altre città. Nel 2005 ho avuto la fortuna di pubblicare il libro Velimir Chlebnikov – serto al poeta (33 omaggi poetici a Velimir: ora ho preparato per la stampa la versione completa del Serto – più di 100 nomi di poeti noti, che hanno dedicato poesie al “Re del Tempo”). E tre anni fa il libro, da me composto e commentato “Il tempo – misura del tempo” (la cosiddetta “piccola prosa”: articoli, note, proclami, manifesti, diari, etc). Ho preparato altri progetti editoriali, legati ai Futuristi, che per vari motivi non erano ancora usciti.
A suo tempo il poeta Osip Mandelštam ha detto: “In Chlebinikov c'è tutto!”. – Per me era proprio così. “Il nostro tutto” – non è solo Puškin, ma anche Chlebnikov. E anche prima di tutto – Chlebnikov. Proprio lui mi ha fatto sentire che cosa sia la vera poesia, capire che cosa costituisce la sua essenza, amarla “per tutta la vita rimanente”. Una sola sua frase – per esempio, “Con un sorriso è chiaro, semplice/ Sollevo la vita/ ad altezza della mia statura” – poteva sconvolgermi, rafforzarmi – dall'esistenza (vitale, non letteraria), dalle “porcherie plumbee della vita”.

A.M.: Oltre al futurismo ed alla avanguardia russa si è interessato di futurismo italiano? Quali sono gli artisti e poeti che ha apprezzato maggiormente e quali differenze ha potuto notare tra esponenti in Russia ed esponenti in Italia?
Arsen Mirzaev: Sì, certo, non si può trascurare la figura, potente, creativa e in molto contraddittoria, di Marinetti! Anche se da noi lo conoscevano proprio poco. E praticamente non lo pubblicavano. Ma ora sono pubblicati non solo i suoi proclami e manifesti, ma anche la poesia e la prosa – in russo. Cosa che non può non allietare. Sulle differenze tra i futuristi italiani e russi si è scritto più volte. Se approfondissi anch'io questo tema, sarebbe superfluo e occuperebbe troppo spazio e tempo. Ma voglio notare che anche l'avanguardia letteraria e artistica italiana mi interessa molto.
Nominerò solo alcuni nomi: Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Fortunato Depero, Carlo Carra, Enrico Prampolini, Luigi Russolo, Antonio Sant’Elia, Gino Severini, Ardengo Soffici.
Non è il primo anno che con alcuni slavisti italiani tengo rapporti di amicizia. Oltre a Paolo Galvagni, a Lei noto, si tratta di Massimo Maurizio, Gabriella Imposti e Marco Sabbatini. Conosco altri slavisti solo da lontano: Stefano Garzonio, Carla Solivetti. Be', certo, bisogna anche aggiungere al tema “italiano” il fatto che nel 2018 per la mini antologia di poesia italiana contemporanea “Essere delle foto”, mi è capitato di tradurre i testi di Alfonso Maria Petrosino e Marco Miladinovic.

A.M.: “Perché ci sono così pochi poeti buoni e vari?” почему же так мало поэтов хороших и разных?
Arsen Mirzaev: Avendo una certa esperienza di traduzione poetica da varie lingue, immagino bene come sia complesso rendere l'intonazione di un testo in lingua straniera (la cosa più semplice è il senso, se nella poesia è più o meno “trasparente”). Qui, in questi testi (come in molti miei altri versi) svolgono un ruolo significativo l'ironia e l'autoironia. È abbastanza complesso da spiegare. O si percepisce nel testo, oppure no.

A.M.: Successivamente alla pandemia ha intenzione di presentare “Chiedo asilo poetico” in Italia?
Arsen Mirzaev: Anch'io spero che prossimamente (tra un mese? due?) le frontiere saranno aperte e potremmo tutti relazionarci con libertà e apertamente – come prima. Sostengo in ogni modo l'idea di fare una presentazione in Italia. Ovvio, la presentazione (forse, più di una) deve avvenire anche in Russia. Possiamo organizzarla nel mini hotel letterario “Antica Vienna” nel centro di Pietroburgo, dove dal 2005 conduco le “Serate letterarie”, ormai diventate di culto per molti.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…
Arsen Mirzaev: Nel contesto di quanto detto sopra, di certo si confà congedarsi con questa quartina “antipandemica”: “Il gelo cosmico nella notte./ Alle finestre s'erge la sventura./ E da me il fuoco nella stufa,/ Il tè sul tavolo e nel cuore la felicità” (Vladlen Gavril'čik, poeta e artista, 1953).
E se permettete, con un'autocitazione: “i versi sono un bastone/ su di esso mi appoggio/ camminando/ in questa vita”.

A.M.: Arsen ringrazio per la schiettezza delle sue risposte e la saluto anche io con due citazioni. Prendo in prestito le parole di un suo connazionale fortemente ammirato in Europa, Fëdor Michajlovič Dostoevskij “Colui che mente a se stesso e dà ascolto alla propria menzogna arriva al punto di non saper distinguere la verità né dentro se stesso, né intorno a sé e, quindi, perde il rispetto per se stesso e per gli altri.” ed infine: “Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive.”

Written by Alessia Mocci
Info
Sito Macabor Editore
http://www.macaboreditore.it/
Acquista Chiedo asilo poetico
http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-cate...

Fonte
https://oubliettemagazine.com/2020/06/25/intervista-di-alessia-mocci-al-...

Interviewee: 
Arsen Mirzaev

Intervista di Alessia Mocci al poeta russo Arsen Mirzaev: vi presentiamo Chiedo asilo poetico

“[…] amo anche staccarmi – strapparmi da questa celebre “esistenza letteraria” verso la natura – nel bosco, sui monti, al mare, nel deserto.... “I poeti devono vagare e cantare!” – con questa affermazione di Velimir Chlebnikov sono d'accordo al 200 %.” – Arsen Mirzaev

Il vagare dei poeti non può che far ricordare quei celebri versi dello stimato Ugo Foscolo (“Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme/ che vanno al nulla eterno; e intanto fugge/ questo reo tempo, […]”) che contemplavano e cantavano alla sera ringraziandola per la pace prodotta proprio da questo vagare. Ed ancora ricorda quel vagare dell’Islandese in continuo dialogo con la Natura in contrapposizione ad un poeta che lasciò di rado la sua biblioteca sita a Recanati.

Nato a San Pietroburgo nel 1960, Arsen Mirzaev è poeta, critico e studioso di letteratura. All’attivo ha collaborazioni con diverse case editrici e riviste letterarie, con pubblicazioni di versi ed articoli.

La sua prima silloge è stata pubblicata nel 1994 ed è intitolata “Un altro respiro” (Drugoe dychanie), seguono nel 1996 “Oltre al resto” (Pomimo pročego), nel 2000 “I versi e i canti di Anton Kompotov (Stichi i pesni Antona Kompotova), nel 2001 “La musica della conversazione di innamorati sordomuti” (Muzyka razgovora vljublënnych gluchonemych), nel 2008 “L’albero del tempo” (Derevo vremeni) e nel 2015 “Vita a ¾” (Zizn' v ¾).

Da circa 15 anni organizza rinomate serate letterarie presso lo storico albergo Old Vienna situato dietro l’angolo rispetto ad uno dei monumenti più interessanti dell’arte russa la Cattedrale di Sant’Isacco costruita dal 1818 al 1858.

“Chiedo asilo poetico” è stato pubblicato nel 2020 dalla casa editrice Macabor Editore nella collana “I fiori di Macabor”, l’elaborazione grafica della copertina di Giorgio Ferrarini. Paolo Galvagni ne ha curato la nota finale e la precisa traduzione.
“tutti/ tutti/ tutti si istupidiscono con gli anni// eccetto alcuni/ alcuni/ in verità –/ è una grandezza/ infinitamente piccola”

A.M.: Salve Arsen, sono lieta di poter approfondire la sua conoscenza con questa intervista e la ringrazio per il tempo che mi dedicherà. Vorrei, se è possibile, geolocalizzare il poeta, chiedendole: San Pietroburgo è una città attiva artisticamente oppure lei è una delle poche eccezioni?
Arsen Mirzaev: Sono felice di salutarLa! Ringrazio per l'interesse che ha mostrato verso la mia modesta persona e il mio libro, tradotto da Paolo.
A Pietroburgo ci sono tanti poeti. Validi, anche vari. Ce ne sono di vivi, interessanti e di talento. E ci sono scribacchini, parolai e grafomani. I primi, mi pare, sono molto meno... Ahimè.
Così, San Pietroburgo. La città in cui sono nato, ma vi ho abitato solo dopo aver completato la scuola media a Vorkuta (il Nord, il Polo, negli anni '60 Vorkuta era davvero una città di banditi, una delle “capitali” criminali – come Kolyma e Magadan). Cioè dal 1977. E solo a San Pietroburgo (allora, certo, Leningrado) ho cominciato a capire che cosa fosse la vera poesia (anche se avevo provato a scrivere versi a scuola – avevo studiato non solo a Vorkuta, ma anche a Mosca, e a Gelendžik – e durante il servizio militare tra le file dell'esercito sovietico, in una cittadina nei pressi di Zagorsk). All'Istituto Geologico di Leningrado (LGI), a cui mi sono iscritto sotto l'influenza di mio padre geologo, parallelamente allo studio, dal primo anno, sono iniziate le lezioni al LITO (unione letteraria) del LGI, che era guidato da Michail Jasnov, noto poeta per l'infanzia e traduttore di poesia francese. Poi ho avuto: il lavoro nella Casa degli scrittori leningradese; lo studio alla Libera Università (cattedra di poesia: 1989-1991); il lavoro come redattore (dall'inizio degli anni '90) – nell'organico e non – praticamente in tutte le case editrici pietroburghesi; comporre e redigere la rivista artistica letteraria samizdat “Sumerki” (1989-1995); il lavoro in giornali e riviste – pubblicista, giornalista e redattore; lo studio dell'eredità creativa dell'avanguardia russa dell'inizio del XX secolo (prima di tutto – Velimir Chlebnikov, Vladimir Majakovskij, Elena Guro, Tichon Čurilin, di cui ho preparato libri, commentandoli e pubblicandoli per varie case editrici di Mosca e San Pietroburgo); la partecipazione a conferenze scientifiche internazionali, dedicate all'avanguardia e alla letteratura contemporanea; la preparazione di varie antologie di poesia pietroburghese contemporanea; la cura e la conduzione di serate letterarie (letture poetiche, presentazioni di riviste e case editrici, serate di prosa, festival) – dal 2005. E così via. Non ricorderò tutto ed elencare tutto sarebbe troppo lungo. Ma, in un modo o nell'altro, tutta la mia vita è stata legata alla letteratura, ai libri, alla poesia. E tutti i miei amici in gran parte sono poeti, artisti, musicisti.
E la nostra vita era e continua a essere del tutto viva. Probabilmente alle peregrinazioni e ai viaggi (non sono solo festival poetici in diverse città e paesi, ma anche semplicemente viaggi “per il mondo”) dedichiamo non meno tempo che alla lettura di libri e composizione di versi nei nostri appartamenti e studi.

A.M.: Nella nota finale della raccolta “Chiedo asilo poetico”, il suo traduttore Paolo Galvagni scrive: “Siamo di fronte a una persona, la cui vita è legata in modo fatale alla poesia e si è tramutata in “esistenza letteraria”: non sa dove scappare. Quasi tutti i suoi versi sono organica-mente iscritti nella vita letteraria della Pietroburgo contem-poranea, coi suoi innumerevoli saloni letterari e altre amenità poetiche.” Si rispecchia in questa immagine?
Arsen Mirzaev: Dell'“esistenza letteraria” ho già scritto tanto, rispondendo alla prima domanda. Ma è solo una parte di me e della mia vita. Sì, sono “iscritto” alla letteratura, inserito in essa (anche ufficialmente: come membro delle unioni di scrittori, come portatore di cultura, compositore di antologie, redattore di riviste, membro di diverse giurie professionali, etc), si può dire che sia radicato in essa dalla testa ai piedi nei 35 anni della mia “letteraturovita” (la mia esistenza nella letteratura), occupandomi all'infinito di tutti i possibili studi, della preparazione di libri, conducendo ogni anno una quantità infinita di serate poetiche. Ma amo anche staccarmi – strapparmi da questa celebre “esistenza letteraria” verso la natura – nel bosco, sui monti, al mare, nel deserto.... “I poeti devono vagare e cantare!” – con questa affermazione di Velimir Chlebnikov sono d'accordo al 200 %.

A.M.: Nella lirica “Il giorno di San Valentino” si legge “[…] – diventare/ uno stupido geniale,/ […]” (“[…] – стать/ гениальным придурком,/ […]”), con questa immagine intende menzionare lo jurodivyj, figura del mondo ortodosso russo con significato di “folle in Cristo” o “santo idiota”?
Arsen Mirzaev: No, qui non avevo alcuna intenzione di fare un accenno agli “jurodyvie” russi, anche se mi interessano tanto. Avevo in mente un motivo di Van Gogh, la celebre storia col suo orecchio tagliato (abbastanza ironico e autoironico) la estrapola sull'“amato se stesso” l'eroe lirico di questa poesia.

A.M.: Da studioso di letteratura si è occupato dell’opera del poeta russo Velimir Chlebnikov (Oblast' di Astrachan', 9 novembre 1885 – Santalovo, 28 giugno 1922). Una breve poesia recita: “Preposto al servizio delle stelle,/ Io giro, come una ruota,/ Che s'invola all'istante sull’abisso,/ Che finisce sull'orlo del precipizio,/ Io imparo le parole.” Vorrei soffermarmi su “stelle”, “abisso” e “parole”: la vertigine è una condizione necessaria per il poeta?
Arsen Mirzaev: La mia “storia” con Chlebnikov, il grande Futurista, è cominciata circa quaranta anni fa, quando a me, studente della facoltà geologica dell'LGI, hanno chiesto di tenere una lezione su Velimir per gli studenti stranieri dell'Istituto geologico. Era il 1981 o 1982.
Nel 1986 ho partecipato alla conferenza (Fortezza di Pietro e Paolo, San Pietroburgo), dedicata al centenario di Velimir Chlebnikov. Poi ho prese parte a numerosi festival e conferenze scientifiche dedicate a Chlebikov e all'avanguardia letteraria dell'inizio del XX secolo, tenute a San Pietroburgo, a Mosca, a Parigi, a Helsinki, a Velikij Novgood, ad Astrachan', a Kazan', a Čeljabinsk, a Tver' e in altre città. Nel 2005 ho avuto la fortuna di pubblicare il libro Velimir Chlebnikov – serto al poeta (33 omaggi poetici a Velimir: ora ho preparato per la stampa la versione completa del Serto – più di 100 nomi di poeti noti, che hanno dedicato poesie al “Re del Tempo”). E tre anni fa il libro, da me composto e commentato “Il tempo – misura del tempo” (la cosiddetta “piccola prosa”: articoli, note, proclami, manifesti, diari, etc). Ho preparato altri progetti editoriali, legati ai Futuristi, che per vari motivi non erano ancora usciti.
A suo tempo il poeta Osip Mandelštam ha detto: “In Chlebinikov c'è tutto!”. – Per me era proprio così. “Il nostro tutto” – non è solo Puškin, ma anche Chlebnikov. E anche prima di tutto – Chlebnikov. Proprio lui mi ha fatto sentire che cosa sia la vera poesia, capire che cosa costituisce la sua essenza, amarla “per tutta la vita rimanente”. Una sola sua frase – per esempio, “Con un sorriso è chiaro, semplice/ Sollevo la vita/ ad altezza della mia statura” – poteva sconvolgermi, rafforzarmi – dall'esistenza (vitale, non letteraria), dalle “porcherie plumbee della vita”.

A.M.: Oltre al futurismo ed alla avanguardia russa si è interessato di futurismo italiano? Quali sono gli artisti e poeti che ha apprezzato maggiormente e quali differenze ha potuto notare tra esponenti in Russia ed esponenti in Italia?
Arsen Mirzaev: Sì, certo, non si può trascurare la figura, potente, creativa e in molto contraddittoria, di Marinetti! Anche se da noi lo conoscevano proprio poco. E praticamente non lo pubblicavano. Ma ora sono pubblicati non solo i suoi proclami e manifesti, ma anche la poesia e la prosa – in russo. Cosa che non può non allietare. Sulle differenze tra i futuristi italiani e russi si è scritto più volte. Se approfondissi anch'io questo tema, sarebbe superfluo e occuperebbe troppo spazio e tempo. Ma voglio notare che anche l'avanguardia letteraria e artistica italiana mi interessa molto.
Nominerò solo alcuni nomi: Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Fortunato Depero, Carlo Carra, Enrico Prampolini, Luigi Russolo, Antonio Sant’Elia, Gino Severini, Ardengo Soffici.
Non è il primo anno che con alcuni slavisti italiani tengo rapporti di amicizia. Oltre a Paolo Galvagni, a Lei noto, si tratta di Massimo Maurizio, Gabriella Imposti e Marco Sabbatini. Conosco altri slavisti solo da lontano: Stefano Garzonio, Carla Solivetti. Be', certo, bisogna anche aggiungere al tema “italiano” il fatto che nel 2018 per la mini antologia di poesia italiana contemporanea “Essere delle foto”, mi è capitato di tradurre i testi di Alfonso Maria Petrosino e Marco Miladinovic.

A.M.: “Perché ci sono così pochi poeti buoni e vari?” почему же так мало поэтов хороших и разных?
Arsen Mirzaev: Avendo una certa esperienza di traduzione poetica da varie lingue, immagino bene come sia complesso rendere l'intonazione di un testo in lingua straniera (la cosa più semplice è il senso, se nella poesia è più o meno “trasparente”). Qui, in questi testi (come in molti miei altri versi) svolgono un ruolo significativo l'ironia e l'autoironia. È abbastanza complesso da spiegare. O si percepisce nel testo, oppure no.

A.M.: Successivamente alla pandemia ha intenzione di presentare “Chiedo asilo poetico” in Italia?
Arsen Mirzaev: Anch'io spero che prossimamente (tra un mese? due?) le frontiere saranno aperte e potremmo tutti relazionarci con libertà e apertamente – come prima. Sostengo in ogni modo l'idea di fare una presentazione in Italia. Ovvio, la presentazione (forse, più di una) deve avvenire anche in Russia. Possiamo organizzarla nel mini hotel letterario “Antica Vienna” nel centro di Pietroburgo, dove dal 2005 conduco le “Serate letterarie”, ormai diventate di culto per molti.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…
Arsen Mirzaev: Nel contesto di quanto detto sopra, di certo si confà congedarsi con questa quartina “antipandemica”: “Il gelo cosmico nella notte./ Alle finestre s'erge la sventura./ E da me il fuoco nella stufa,/ Il tè sul tavolo e nel cuore la felicità” (Vladlen Gavril'čik, poeta e artista, 1953).
E se permettete, con un'autocitazione: “i versi sono un bastone/ su di esso mi appoggio/ camminando/ in questa vita”.

A.M.: Arsen ringrazio per la schiettezza delle sue risposte e la saluto anche io con due citazioni. Prendo in prestito le parole di un suo connazionale fortemente ammirato in Europa, Fëdor Michajlovič Dostoevskij “Colui che mente a se stesso e dà ascolto alla propria menzogna arriva al punto di non saper distinguere la verità né dentro se stesso, né intorno a sé e, quindi, perde il rispetto per se stesso e per gli altri.” ed infine: “Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive.”

Written by Alessia Mocci
Info
Sito Macabor Editore
http://www.macaboreditore.it/
Acquista Chiedo asilo poetico
http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-cate...

Fonte
https://oubliettemagazine.com/2020/06/25/intervista-di-alessia-mocci-al-...

Interviewee: 
Arsen Mirzaev

Intervista di Alessia Mocci a Brina Maurer: vi presentiamo “Vocabolari e altri vocabolari”

“Si dovrebbe smettere di chiamare “bestie” gli animali e “padroni” le loro umane metà. Non si è mai abbastanza sensibili e parlare è già un modo di agire. C’è da inorridire sfogliando i vocabolari, notando come certe definizioni offensive, attribuite a termini concernenti il mondo animale, siano ancora in circolazione.” – Brina Maurer
Brina Maurer pone al lettore una riflessione importante sul linguaggio, su come le parole abbiano assunto un uso dispregiativo (bestie) o di possesso (padroni), su come l’essere umano lo adoperi per allontanarsi dallo status di animale disprezzando in realtà ciò che è.
L’interesse dell’autrice si pone sulle somiglianze tra animale ed animale, tra umano e cane per l’esattezza, in uno studio profondo di ciò che fa l’uomo e ciò che fa il cane. “Corrispondenze continue” nel sentire e nell’agire annotate dettagliatamente in pagine e pagine di diari.
Brina Maurer (pseudonimo di Claudia Manuela Turco) è nata il 15 dicembre 1970 e vive nella campagna friulana. Si è laureata in Lettere e Filosofia (Conservazione dei Beni Culturali) con lode, è stata giornalista pubblicista ed è poeta, romanziere, diarista, biografa e critico letterario.
“Vocabolari e altri vocabolari” è stato pubblicato a giugno 2020 dalla casa editrice Macabor Editore nella collana “I fiori di Macabor”, con elaborazione grafica su fotografia di Marco Baiotto. La prefazione è stata curata da Lucia Gaddo Zanovello.
“[…] Passano gli anni,/ e l’ipersensibilità/ è sempre più indesiderata./ Nulla da denunciare,/ nulla da dichiarare./ L’importante è/ non creare problemi.// […]” – “Isa-bella addormentata in ospedale”

A.M.: Brina, la ringrazio per il tempo concesso in questa intervista e mi complimento per questa sua nuova raccolta dal titolo “Vocabolari e altri vocabolari”. Dovrebbe essere il ventiseiesimo?
Brina Maurer: Ringrazio innanzitutto lei, dott.ssa Alessia Mocci, per l’invito a partecipare a questa intervista e per aver letto Vocabolari e altri vocabolari.
Sono poeta, romanziere, diarista, biografa e critico letterario e sono stata giornalista pubblicista. All’attivo ho pubblicazioni di vario genere, per argomento ed estensione. Risulta, pertanto, alquanto difficile quantificarle. Penso sia ragionevole dire che ho scritto circa 25 libri, più di 200 articoli e oltre 4.500 pagine manoscritte. E molto altro, che però ho distrutto.
I cani sono la mia vita. Il 25 giugno 2007 ho adottato Glenn (Lord Glenn). A lui ho dedicato un Ciclo di oltre 1600 pagine di narrativa intrecciata alla diaristica. Il 1° agosto 2011, invece, è avvenuta l’adozione di Mughetto (Mr. Mughy), un cane altrettanto speciale, al quale ho dedicato 42 diari, di cui 38 manoscritti. Entrambi mi hanno salvato la vita, restituendomi la gioia rubatami dagli umani, moltiplicata all’infinito. Grazie a loro la mia esistenza non è stata solo orrore ma anche magia.
A lungo ho scritto combattuta tra due fuochi: Vittorio Alfieri e Lord Byron. Anche loro nutrivano una forte passione per gli animali e la loro opera, come la mia, non può venire separata dalla loro vita. Ora, però, i miei due fuochi sono Lord Glenn e Mr. Mughy. Mi hanno ispirato atmosfere da romanzo romantico e da fiaba.
Se potessi ritornare indietro, eviterei di scrivere alcuni testi che ho pubblicato, anche se è vero che a loro modo sono serviti per arrivare alla meta. Non si possono mettere sullo stesso piano, per esempio, i miei contributi di critica e le opere dedicate ai miei adorati cani. Dei primi si potrebbe tranquillamente fare a meno, le seconde sono necessarie. Ho saputo di alcuni cani anziani e malati che sono stati salvati proprio grazie alla lettura delle storie di Glenn e Mughy. Ciò dà senso a tutto il mio lavoro, a tutte le mie fatiche, a quel mio disperato farmi male fisicamente e mentalmente per scrivere.
Sin da bambina non ho mai desiderato di diventare una scrittrice, ma ho sempre saputo di esserlo e di non poter fare diversamente. Cosa che non ho mai vissuto come un dono, bensì come una maledizione.
Con la scrittura mantengo un rapporto di amore-odio. Cerco la poesia anche nella prosa, tra “frecce di luce” (il trionfo della bellezza sul dolore) e “dardi avvelenati” (sono entrambi titoli di mie sillogi poetiche).
Sin da bambina sono stati i cani a insegnarmi cosa sia la poesia. La poesia è qualcosa che è nell’aria, e aspetta di essere colta, di venire catturata. Non considero la parola come strumento necessario alla poesia. Se «il poeta è la più impoetica delle cose che esistono» (J. Keats), il cane è l’essere più poetico. Fantasioso, sempre curioso e mai noioso.

A.M.: Ammetto che il titolo della raccolta mi ha lasciata stranita per la ripetizione di “vocabolari”. La copertina, però, giunge in aiuto al lettore con la fotografia di una donna e di Mr. Mughy.
Brina Maurer: Il titolo della silloge – Vocabolari e altri vocabolari – deve sicuramente qualcosa a Colori e altri colori di Fabrizio Dall’Aglio (Passigli, 2014) e in esergo compare la domanda «chi v’ha dotato di lingua nelle code?», tratta dal Compendio di retorica di Daniele Gorret. Nutro un rapporto di amore-odio anche con la lettura, raramente mi piace qualcosa di quello che leggo (e leggo tantissimo), ma adoro questo libro edito nel 2008 da Campanotto.
Ci sono vocabolari consacrati e vocabolari più o meno “clandestini”. La lingua degli animali è un po’ come i dialetti: piena di dignità, ma calpestata.
Con i miei cani non sono mai stata zitta, se non quando dormivano, e loro hanno sempre interagito con me, cercando di rispondermi non soltanto nella loro lingua, ma anche sforzandosi di farmi capire in altro modo, con altre “parole”, quando restavo perplessa. Con loro ho potuto notare “corrispondenze” continue tra quello che fa l’uomo e quello che fa il cane. Ognuno ha la sua personalità e il suo bagaglio di esperienze, e quindi ognuno fa un uso personale della lingua, e molto dipende dall’interlocutore, da quanto l’essere umano sia disposto ad ascoltare. Imparare a parlare con il proprio cane è come imparare una lingua straniera, per certi aspetti.
Personalmente considero la parola più un limite che un dono. Genera molti malintesi. Quel che significa “amare” per qualcuno, può avere significato diametralmente opposto per qualcun altro. Si dovrebbe smettere di chiamare “bestie” gli animali e “padroni” le loro umane metà. Non si è mai abbastanza sensibili e parlare è già un modo di agire. C’è da inorridire sfogliando i vocabolari, notando come certe definizioni offensive, attribuite a termini concernenti il mondo animale, siano ancora in circolazione.
L’uomo crea gerarchie di continuo, e competizione. Così non si coglie il vero senso della vita, non si apprezza quel poco che veramente conta, si disprezza quanto ha più valore.
L’intelligenza pratica degli animali viene strumentalizzata per sfruttare gli animali stessi. Ma siamo tutti animali. E non tutti possono essere Einstein, non tutti vogliono andare sulla luna, non tutti sono curiosi o fantasiosi… Come ho scritto in Neraneve e i sette cani – Storia di antiche violenze (Italic, 2018, prefazione di Luigi Fontanella), se l’uomo disponesse dell’olfatto del cane, diremmo che l’intelligenza risiede nel naso.
Per la stesura di Vocabolari e altri vocabolari, avvenuta tra il 14 e il 23 aprile 2020, sono stati necessari molti anni di gestazione. Determinante, il lavoro diaristico iniziato nel 2007 e proseguito sino al 2020, condotto con passione e ostinazione insieme a Glenn e Mughetto.
La stesura effettiva è stata così rapida, perché all’improvviso ho realizzato che era questione di vita o di morte. La mia esistenza e la scrittura sono sempre state inscindibili. La pandemia ha esacerbato un malessere di fondo, accelerando il processo creativo. Non potevo saperlo, ma un paio d’ore dopo aver finito il libro, infatti, è successo qualcosa per cui in seguito non avrei più potuto concluderlo. Il piano originario era di 20 poesie, poi ristretto a 12, poi a 10. Il pomeriggio del 23 aprile capii che non potevo andare oltre. Troppo doloroso. E lo sarebbe stato anche per un lettore sensibile.
Le notizie di cronaca che mi hanno più colpito nel corso degli anni si sono sedimentate nella coscienza, per non abbandonarla più, continuando a tormentarmi. Mi risultava assolutamente intollerabile pensare che a Mughetto sarebbe potuto succedere qualcosa di simile. Dovevo scrivere questo libro per lui, per Glenn e per tutti gli indifesi come loro.
Per i “Diari di Mr. Mughy” ho svolto un lunghissimo e faticosissimo lavoro, insieme a Mughetto. Mentre continuavamo tale stesura (lui vivendo scriveva), negli ultimi tempi vi ho sovrapposto anche un lavoro di rilettura e una riflessione sul tutto a livello formale (finalizzato comunque solo a una lieve limatura), usando molti vocabolari, grammatiche e qualche enciclopedia. Questo approfondimento sulla lingua mi ha consentito di mettere meglio a fuoco l’argomento e il titolo del libro (Vocabolari e altri vocabolari). In origine avevo pensato a Scarpine da surf, lavorando sulle fiabe, ma così l’orizzonte sarebbe risultato alquanto limitato. “Scarpine da surf”, allora, è diventato il titolo di una poesia.
L’aver imparato abbastanza bene la lingua canina, mi ha invogliato a cercare di capire meglio anche la lingua italiana, mi ha invogliato a riscoprirla, a guardarla con occhi nuovi, a sentirla con orecchi diversi. Durante le mie ricerche emergevano non poche contraddizioni e discordanze, talvolta errori evidenti. Mentre osservavo come la lingua sia cambiata nei suoi vari usi nell’ultimo mezzo secolo e come tali cambiamenti siano stati registrati nelle varie grammatiche, mi sono resa conto che spesso quanto veniva considerato “errore” quando frequentavo il liceo o l’università, nel tempo è stato riassorbito nel “sistema”. A volte invece mi sono resa conto di aver avuto, a quei tempi, alcuni professori davvero moderni, perché certi loro insegnamenti vengono tuttora considerati “scelte ardite”.
La fretta del nostro tempo ha lasciato traccia anche nei vocabolari più apprezzati: alcuni termini liquidati con poche righe, altri presentano definizioni ed esempi infiniti ma non esaustivi seguendo un ordine che pare casuale, disomogeneità nello strutturare le voci, errori di battitura, casi in cui la definizione del termine A rinvia alla definizione del termine B, la cui definizione rimanda alla definizione del termine C, che a sua volta fa riferimento alla definizione di A, così il cerchio si chiude senza, in realtà, aver definito veramente le singole voci...
Gli esperti della lingua non di rado si affidano a Google per dare una risposta alla persona comune, semplicemente facendo un discorso statistico, matematico. Purtroppo trovo troppi “ragionieri della lingua” tra le persone comuni, incapaci di vedere che “l’errore”, o la volontaria eccezione alla regola, può avere una precisa funzione espressiva.
Tutto ciò mi ha fatto apprezzare ancor di più la bellezza e limpidezza del Vocabolario di Mughetto e dei cani in generale!
Inoltre, per riuscire a scrivere, per me rimangono fondamentali, per creare un distacco seppur minimo dal dolore, l’arte contemporanea, la storia dei giardini e l’architettura. Mi aiutano a creare degli argini. Vocabolari e altri vocabolari contiene riferimenti, oltre che al mondo delle fiabe e ad altre mie opere e a opere altrui, anche a tali ambiti di ricerca.
Perché possa scrivere un libro devono convergere tantissimi elementi di diversa origine. Ho una visione d’insieme e sento che, cose che sembrerebbero non poter stare vicine o sovrapposte, invece devono incontrarsi. All’improvviso tutto va a posto, ma è una lotta all’ultimo sangue.
Scrittura e lettura sono due facce della stessa medaglia, che è la vita: dare e ricevere, ascoltare e parlare. Tra le tante letture fatte poco prima di iniziare la stesura effettiva di Vocabolari e altri vocabolari, posso ricordare Le cose del mondo di Paolo Ruffilli (Mondadori, 2020), opera esemplare per chiarezza di visione e capacità di sintesi. Non viene mai persa la profondità del dettaglio. Non è mai possibile sapere che cosa o chi mi aiuterà a “sbloccarmi”, per poter iniziare a scrivere. Stavolta mi ha aiutato a trovare la giusta concentrazione, la visita virtuale della Rothko Chapel, che ho potuto fare grazie al volume di Alessandro Carrera Il colore del buio (Il Mulino, 2019).
In breve, se sono riuscita a scrivere il libro in soli 10 giorni, lo devo al lavoro portato avanti ogni giorno per anni e anni insieme a Mughetto. A essere sincera considero lui il vero autore. Senza di lui non avrei mai scritto Vocabolari e altri vocabolari. È stato lui a ispirarli, a farmi riflettere, a farmi capire. Lui mi ha insegnato tanto e mi ha anche guidato. Considero i diari di cui ho curato la stesura tra il 2007 e il 2020, opere scritte vivendo, opere lasciatemi in eredità da Glenn e Mughy. Non potevo ricevere dono più grande del tempo trascorso con loro e i diari non sono “miei”, bensì la loro biografia.
La fotografia in copertina ritrae me e Mughetto ed è stata scattata da mio marito Marco Baiotto. Ho la fortuna di poter disporre delle sue sempre sincere critiche, nelle fasi finali dei miei lavori. Da soli non si va lontano. Senza di lui non avrei mai potuto adottare Glenn e Mughy, e senza di loro tre non avrei scritto i miei libri più importanti.

A.M.: Nella prefazione, Lucia Gaddo Zanovello scrive: “Gli umani si comportano in modi diversi con gli animali, ma alcuni di loro non li rispettano e molti ancora purtroppo non si preoccupano minimamente di come vengano trattati, nemmeno quando vengono torturati.” È in accordo con questa affermazione?
Brina Maurer: Sì, sono d’accordo. Molti dicono di amare gli animali ma, se si scava, si scopre che intendono l’amare gli animali in modi ben diversi, persino contrastanti. Inoltre, il discorso rientra in quello più ampio della violenza in generale, sia fisica che psicologica, soprattutto sugli indifesi. Non scrivo mai di animali per parlare solo dell’uomo. Ci tengo a precisarlo, perché non di rado ho letto libri in difesa di tutti gli esseri viventi, poi presentati da alcuni recensori in un’ottica di puro beneficio per l’uomo. Questo è un grande problema. Costanti della mia poetica sono: il voler dar Voce a chi la cui Vita non gli appartiene, l’umanità degli animali, l’animalità dell’uomo, la dimensione di solitudine e malattia cui è condannato il diverso tra i diversi.
Quando ascolto certi discorsi sulla difesa dell’essere umano e dei suoi diritti, sento quasi sempre un pugno nello stomaco, perché non si dovrebbe parlare degli “animali umani” comportandosi come se gli “animali non umani” non esistessero. Si dovrebbe sempre focalizzare il discorso sugli “esseri viventi”, nella loro totalità.
In Vocabolari e altri vocabolari, il personaggio di Isabella è un esempio di come spesso vengono trattati male gli esseri umani, indipendentemente dall’età e dal sesso, dagli altri umani.
Non di rado il peggior nemico del bambino malato è il bambino sano, e la madre che sbatte il cane fuori di casa per pigrizia, perché le pesa pulire un po’ di più, in realtà non vuole bene né al cane, né al bambino. I bambini istintivamente amano gli animali e la loro armoniosa convivenza consente una crescita equilibrata, senza bisogno di droghe o alcol per sfuggire a una tetra realtà.
Le brutte cose che spesso la gente mi diceva in presenza di Glenn (ferendo entrambi), perché adottato già anziano, zoppo, cieco e con problemi di cuore, non erano diverse dalle frasi che la gente diceva a mia madre in mia presenza, quando ero una bambina malata, facendo come se io non esistessi o non potessi capire. Quasi mai ho conosciuto qualcuno in grado di amare gli animali e non gli umani. Invece ho conosciuto tantissime persone capaci di fare del male sia agli animali che alle persone.
Il testo della prefazione di Lucia Gaddo Zanovello in origine era il testo della quarta di copertina. Ho voluto io che diventasse prefazione perché, a causa della rilevanza del messaggio e della gravità del contenuto del libro, non avevano importanza eventuali considerazioni sul mio percorso poetico e sugli aspetti stilistici dell’opera. Questa introduzione, priva di inutili fronzoli, focalizza l’attenzione sulla sofferenza degli animali, anche se i miei libri parlano sempre di violenza e sofferenza in generale. Ma, mentre per l’uomo abbondano le occasioni di riflessione in difesa dei suoi diritti, per gli animali il fenomeno è ancora purtroppo molto ristretto. Quindi, non si possono sprecare le opportunità che si presentano.

A.M.: Nel primo componimento che dà il titolo alla raccolta si legge: “[…] E le inversioni inattese:/ la religione come scienza,/ la scienza come religione,/ la preghiera che offende come bestemmia,/ la bestemmia che vuol essere preghiera,/ la folle o profetica allucinazione.// […]”. Perché il mutare della società umana è un rovesciamento?
Brina Maurer: Forse perché spesso ci si fossilizza tra due possibilità, come se si fosse a un bivio, e, accertato che una delle due sole scelte ritenute possibili non era quella giusta, si passa all’altra. Può sembrare più facile ripartire da zero, piuttosto che salvare il salvabile per poi proseguire correggendo la direzione. Così, però, ci possono essere enormi sprechi. Un orientamento rivelatosi fallimentare fa spesso fuggire nella direzione opposta. Quasi come un gatto che, salito sulla stufa accesa, non vuole più salire nemmeno sulla stufa spenta.
Nei versi citati faccio riferimento a chi cerca di imporre agli altri la propria fede come se fosse una verità di scienza e a chi, al contrario, abbraccia la scienza come un credo religioso, senza lasciare spazio ai sogni, alla speranza e all’immaginazione, soprattutto degli altri.
Nella società umana non mi sono mai sentita rappresentata. Ma non me la sento di puntare il dito contro la classe politica, o meglio, avrei qualcosa da ridire non soltanto contro di essa. Infatti, mi sorprende che siano state fatte certe conquiste a livello legislativo, perché, se fosse dipeso dall’uomo o dalla donna “comune”, tutto ciò probabilmente non sarebbe stato possibile.

A.M.: Nel componimento “Ho ucciso” si legge: “[…] Io, assassina.// Per giorni sotto shock,/ confidandolo a tutti./ Cercavo un tribunale cui affidarmi,/ una cella in cui nascondermi.// […]”. Versi che si contrappongono ai successivi nei quali l’interlocutore non si affligge per la morte accidentale ma la giustifica con un semplice: “Capita”. Mettendo l’accento sulla differenza di sensazione tra gli esseri umani davanti ad una stessa esperienza, se da un lato troviamo l’Io poetico che si angoscia per lo sciagurato incidente dall’altro troviamo un “capita” ed una gattara che propone un improponibile suicidio. Perché l’essere umano è in conflitto con la morte?
Brina Maurer: L’episodio che ha ispirato la poesia è realmente accaduto. La vittima, un gatto investito accidentalmente da un’automobile. Mentre chi guidava e chi gli stava accanto, come è giusto che sia, si sentono responsabili e il passare del tempo non potrà cancellare quel ricordo, che è trauma, altri minimizzano. Qui il problema non è tanto la legge che non è abbastanza severa, perché chi ha causato la morte avrebbe voluto qualcuno cui potersi consegnare e i sensi di colpa non spariranno, bensì l’incapacità di capire, da parte di chi vorrebbe consolare rendendo il peso che grava sulla coscienza più sopportabile, che questa non è la via da seguire.
Né la religione, né la scienza, per quanto mi riguarda, offrono un supporto adeguato, per poter affrontare con un minimo di serenità l’idea della morte e il lutto. Personalmente ho trovato appiglio nelle sincronicità junghiane, che sono un fatto intimo, che non va dimostrato a nessuno, né gli altri devono crederci.
Inoltre, la scrittura consente la creazione di un ponte tra il mondo materiale e l’aldilà o l’invisibile. E la poesia può essere paraurti, e non semplicemente “per paraurti” (cfr. Alessandro Carrera, Poesie per paraurti, Mobydick, 2012).
Se si imparasse ad affrontare la morte senza troppa sofferenza, si imparerebbe anche a vivere meglio.
Ovviamente ci sono individui che, grazie a un particolare tipo di vissuto, possono andarle incontro senza troppe ansie. Ogni caso è a sé. Non bisogna mai appiattire l’esperienza di qualcuno su quella di qualcun altro.
Poiché «Il tempo non continua», si deve sperare «Che tutto avvenga per miracolo/ e quel piede che schiaccia/ diventi alato», come ha scritto Luigi Fontanella ne La morte rosa (Stampa 2009, 2015). Anche se ci si chiede «A chi resterà questo Tutto?/ Per chi questa ripetizione sfuggente?» (ancora Luigi Fontanella, in Round Trip, Campanotto, 1991) e anche se resta solo «il pensiero pensato della rosa», «intanto è geiser,/ soffione boracifero, spumante», come afferma, ne Le cose del mondo, Paolo Ruffilli.
In realtà, come ho avuto modo di osservare in Vocabolari e altri vocabolari, dobbiamo difenderci dalla vita e non dalla morte. Molto più terribile del morire considero, infatti, il dover sopravvivere a chi più amiamo e che più ci ha amato. Come ha scritto Bonifacio Vincenzi ne La vita della parola (Macabor, 2020), «Mi distrugge la consapevolezza/ del tuo involontario commiato», «Saperti in un posto inimmaginabile»… «resto fermo/ in attesa di un prodigio»… «se ti allontani/ dai miei pensieri/ non c’è giallo di ginestre/ né battito d’ali/ o azzurro di cielo/ che non mi riporti/ la tua voce». Qui colgo l’occasione per ricordare anche una citazione che può dare un po’ di conforto, inserita nel medesimo volumetto: «La consuetudine del nome/ mi rassicura della tua esistenza –/ giustifico il silenzio/ con l’incapacità dei sensi» (Pino Corbo).

A.M.: Nel componimento “Fiabe in fiamme” si legge: “[…] Sbagliare non può voler dire/ godere nel far soffrire qualcuno/ davanti ai propri occhi,/ con le proprie mani.// […]”. Nella strofa precedente un verso risponde in modo esaustivo: “qualcuno ha partorito e cresciuto”. La società dell’urbano ha mutato profondamente i suoi insegnamenti così da lasciare i figli in mano ai soli genitori, rispetto a situazioni di più ampio respiro nelle quali gli anziani istruivano sui costumi del bene e del male. Ritiene che per l’essere umano ci possa essere redenzione?
Brina Maurer: Ho dovuto scrivere “Fiabe in fiamme” dopo aver letto di un povero cane torturato con il fuoco. Accidentalmente vidi le fotografie in Internet. Era un pomeriggio in piena pandemia. Provai un dolore insopportabile e, in ginocchio, piangendo disperata, continuavo a dire: “Cosa ti hanno fatto? Cosa ti hanno fatto?”. Mughetto (era nella stanza accanto), avendo subito capito che qualcosa mi aveva sconvolto, venne da me preoccupato. Non sono più riuscita a togliermi dalla testa quelle immagini. In seguito le ho sovrapposte al ricordo di altri delitti analoghi, avvenuti nel corso del tempo. Di uno in particolare, verificatosi in Friuli, le immagini viste al telegiornale dopo tanti anni ancora mi perseguitano.
Alle parole occorre far corrispondere dei contenuti precisi. Le astrazioni non aiutano. Ricerca di redenzione, a seguito di cosa? Se un bambino ha messo e fatto esplodere dei petardi nelle mutandine di una bambina o nel naso di un cane o di un gatto accecandolo e spappolandogli la faccia, sinceramente il mio primo pensiero va alla bambina e al cane o gatto. Pochi si preoccupano per le vittime. Prima di tutto occorre fare in modo che quel bambino non costituisca mai più un pericolo per nessuno.
Occorre distinguere tra errore, cattiveria e malattia mentale.
Per le possibilità di redenzione e per il ruolo rieducativo delle carceri, non c’è una regola generale. Occorre considerare caso per caso. Mi vengono in mente Le stanze del cielo di Paolo Ruffilli (Marsilio, 2008), dedicate “a quanti hanno perduto per colpa propria o altrui la luce della loro libertà”.
Di certo i genitori hanno responsabilità per quello che fanno i loro figli minori. La scuola non può molto, se poi il bambino/ la bambina o il ragazzino/ la ragazzina rincasando trova un padre violento, una madre ubriaca, il nonno molestatore, una nonna che picchia il cane o altra situazione analoga.
Il carnefice può essere stato vittima a sua volta oppure no. Non tutte le vittime che hanno subito le stesse atrocità diventano mostri. Credo che, a fronte di certi delitti commessi, lo stesso “autore” del crimine, se prendesse veramente coscienza di quello che ha fatto, per primo chiederebbe l’eutanasia o cercherebbe di togliersi la vita.
Di recente ho sentito un’esperta della psiche dire che l’essere umano stenta persino a cambiare tipo di formaggio quando va al supermercato, quindi è ben comprensibile quanto sia difficile, se non impossibile, un effettivo cambiamento a fronte di certe efferatezze compiute. Ritengo, come viene insegnato in alcuni manuali di scrittura creativa, che il personaggio, per poter cambiare, debba possedere il tratto del cambiamento nella propria personalità.
In “Bambini di serie B” (racconto lungo, contenuto in Glenn amatissimo – Il cane che mi salvò la vita, Il Ciliegio, 2013) si può leggere di una bambina che ha maltrattato una cagnolina (fatto realmente accaduto), a causa di una visione distorta della realtà, e che poi è riuscita a cambiare completamente. Fu la stessa cagnolina a darle una grande lezione di vita, dandole la zampina anziché restituire il male ricevuto.
Come ha scritto Ivano Mugnaini, introducendo alla lettura di Come un bruco assetato di cielo di Marco Baiotto (Macabor, 2018): «Ci si salva, nel frangente in cui ci si accorge che tutto è “feribile”. Perché tutto respira, ha una pelle, degli organi, tutto è organismo, un insieme, regolato da totalità e trasformazione. Tutto è feribile perché tutto è vivo. Ed ha la stessa sostanza di cui anche noi siamo fatti. Noi, le formiche, le farfalle che ci sono e che verranno, e il bruco che, proprio come noi, ha il corpo e la mente tra il terreno e il cielo, tra carne e pensiero, realtà e sogno, fatto anch’esso di materia pulsante, e quindi feribile, anch’esso».
Nel corso del tempo ho conosciuto alcune persone che hanno rovinato la propria vita per colpa della droga. Hanno iniziato a fare uso di stupefacenti, perché non riuscivano ad accettare le ingiustizie del mondo. Inoltre, non avevano nessuno con cui poter parlare veramente. Non sono finite dietro le sbarre, ma la loro prigione è un’altra.
Non è questione di dimenticare o perdonare. Le colpe non si cancellano. Occorre diffondere libri che aiutino veramente a cambiare la mentalità della gente, a diventare più sensibili, più attenti alle esigenze degli altri. Occorre agire alla radice del problema, ma è un processo lungo.
Soprattutto è e sarà sempre necessario essere accoglienti e protettivi nei confronti degli esseri più fragili.
I genitori dovrebbero fare autocritica e non offendere, per autoassolversi, chi, per esempio, non ha figli e gli fa giuste osservazioni. Non è vero che fare il genitore è il mestiere più difficile in assoluto. Dipende da che genitore e che figlio entrano in relazione. Quello che è facile o difficile per qualcuno, non è detto che lo sia anche per qualcun altro. Lo stesso vale per chi ha cani. Certo, basta un attimo di distrazione e può avvenire la catastrofe, come con i bambini. Ma se un cane, che è stato avvelenato nel cortile di casa sua, non fosse stato lasciato da solo all’esterno per chissà quanto tempo, come un antifurto, magari non gli sarebbe capitato nulla di male. Non è un obbligo, né mettere al mondo figli, né adottare cani. Se non ci sono i presupposti per tenerli bene, è meglio fare altro.
La più grande fortuna di Mughetto, prima di incontrarci, è stata quella di rimanere in un canile dove veniva trattato bene. Non vorrei essere al posto di chi deve decidere se accogliere o meno una richiesta di adozione. Certa gente sa fingere molto bene.
Tutti dovremmo esercitare costantemente l’autocritica, per fare sempre meglio. E se qualcuno ci consiglia bene ma ha agito male, non è una buona ragione per agire male anche noi.

A.M.: Durante gli ultimi mesi, a causa della pandemia, tanti scrittori hanno optato per una presentazione online dei libri con dirette sui social network. Utilizzerà anche lei questa via oppure, con l’arrivo della bella stagione estiva, proporrà una presentazione all’aperto?
Brina Maurer: Purtroppo la pandemia al momento mi rende ancora impossibile qualsiasi forma di programmazione. Dipenderà dall’evolversi della situazione, sia per il discorso delle presentazioni, sia per la partecipazione ai concorsi. In ogni caso, il sito di Macabor Editore e la relativa pagina Facebook terranno aggiornati i lettori.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…
Brina Maurer: Ringraziandola ancora, saluto cordialmente lei e i lettori, ricordando una battuta di Yul Brynner in Anastasia: “Quello che è difficile per gli altri è semplice per me, ma quello che è semplice per gli altri per me è impossibile”.

A.M.: Brina, chiudendo questa profonda e sincera intervista vorrei sottolineare una sua affermazione iniziale perché penso possa essere di grande aiuto: “Entrambi mi hanno salvato la vita, restituendomi la gioia rubatami dagli umani, moltiplicata all’infinito.”. “La gioia rubatami dagli umani”, prendere in mano il proprio presente e comprendere con quali esseri percorrere la propria vita, prendersi cura di sé e dell’altro. Lord Glenn e Mr. Mughy sono stati fortunati ad aver trovato lei come compagna di vita, così come lo è lei nella medesima misura. La saluto con le parole dello stimato Carl Gustav Jung: “Lodare e predicare la luce non serve a nulla, se non c’è nessuno che possa vederla. Sarebbe invece necessario insegnare all’uomo l’arte di vedere”.

Written by Alessia Mocci

Info
Sito Macabor Editore
http://www.macaboreditore.it/
Facebook Macabor Editore
https://www.facebook.com/pages/category/Comic-Bookstore/Macabor-Editore-...
Acquista Vocabolari e altri vocabolari
http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-prod...

Fonte
https://oubliettemagazine.com/2020/06/06/intervista-di-alessia-mocci-a-b...

Interviewee: 
Brina Maurer
Interview text: 

Intervista di Alessia Mocci ad Ilaria Grasso: vi presentiamo la raccolta Epica Quotidiana

“Ad ora la poesia è una bomba disinnescata. Chi inviterebbe un poeta in un programma televisivo o lo inserirebbe in una organizzazione come fece Olivetti con Sinisgalli? Nella migliore delle ipotesi spesso vi si dà un ruolo consolatorio che però si rivolge comunque a pochi. Al poeta dunque non rimane che fare ciò che il giornalista non può o non vuole fare e cioè sollevare questioni. In altri fare da portavoce, come ho provato a fare in Epica Quotidiana.” – Ilaria Grasso
Una bomba. Un’arma senza munizioni. “La poesia è una bomba disinnescata”.
Ilaria Grasso con accento polemico (πολεμικός) pone davanti agli occhi l’evidenza dell’assenza del poeta dai programmi televisivi di attualità e cultura e dalle imprese, e ci ricorda dell’ingegnere e politico italiano Adriano Olivetti (Ivrea, 11 aprile 1901 – Aigle, 27 febbraio 1960) che nel 1938 assunse il poeta Leonardo Sinisgalli (Montemurro, 9 marzo 1908 – Roma, 31 gennaio 1981) come responsabile dell’Ufficio tecnico di pubblicità. Olivetti innescò la bomba (βόμβος). Ed il poeta fece gran rumore con le vetrine ed i manifesti pubblicitari che anticiparono di vent’anni il movimento artistico Pop-Art.
Originaria di Lucera in provincia di Foggia, Ilaria Grasso vive a Roma da anni, città nella quale lavora come impiegata. Da osservatrice sensibile ai bisogni ed ai mutamenti della società, compone versi e collabora con portali online quali “Carteggi Letterari”, “Poetarum Silva” e “Zest Letteratura Sostenibile”.
“Epica Quotidiana” è stato pubblicato nel 2020 da Macabor Editore nella collana “I fiori di Macabor”, con l’elaborazione grafica della copertina di Giorgio Ferrarini. La prefazione è stata curata dal poeta Aldo Nove.
“In autobus al mattino la gente stanca/ sale per andare a guadagnarsi il pane.// Avanziamo isolati dai vetri di una bottiglia/ traboccante di una moltitudine di disperati.// […]” – Ilaria Grasso

A.M.: Ilaria, la ringrazio per il tempo concesso in questa intervista e mi complimento per questa sua nuova raccolta dal titolo “Epica Quotidiana”. Rivolgendoci per un attimo al passato: qual è stato il suo primo passo in editoria?
Ilaria Grasso: Grazie a Lei perché in queste domande trovo molta cura nella lettura della raccolta da parte sua e anche la volontà di iniziare un dialogo artistico e culturale sul tema del lavoro e della contemporaneità. Era uno degli effetti che auspicavo con la pubblicazione di “Epica Quotidiana”. Ad oggi riscontro una scarsa capacità di concentrazione e una mancanza di volontà o di contenuti del e nel dialogo. Siamo come persi in una logorrea infodemica senza precedenti che ci impedisce ascolto profondo e capacità di cooperare dialogando. Succede a tutti, me compresa. Trovo sia intellettualmente onesto fare questa premessa prima di partire con l’intervista.
Bene, iniziamo!
Il mio lavoro inizia con la plaquette dal titolo “Le mie verdi miniere di sale”. Era una riflessione sul dolore e aveva senz’altro una radice più intima e intimista ma aveva già in nuce alcune tematiche del lavoro e di una di quelle che considero una delle tante lotte che dobbiamo mandare avanti e cioè la questione femminile. E in questo quadro considero donne anche le donne che non sono nate femmine biologicamente. Ma ritorniamo all’editoria, cosa a volte diversa dalla letteratura. La letteratura per me si compone di tre parti. Una è fatta da chi scrive, l’altra da chi legge, la restante parte è tutta evocazione e mistero e imprevedibile sorpresa. Rappresenta infatti ciò che ti trovi a scrivere e che nasce scrivendo o ciò che ti trovi a pensare leggendo. Le mie verdi miniere di sale ed Epica Quotidiana sono state pubblicate senza la richiesta di alcun contributo da parte mia. La plaquette è stata pubblicata da Arduino Sacco Editore, una piccolissima casa editrice che ha scommesso sui miei versi; lo stesso ha fatto Macabor Editore per Epica Quotidiana. Ho mandato la mia raccolta a svariati editori e in molti mi hanno richiesto contributi fino a mille euro o hanno risposto che la raccolta, pur nella sua validità, non era nella loro linea editoriale. Ero sul punto di affidarmi a una buona tipografia e prepararmi a inviare la raccolta alle varie redazioni affinché raggiungesse i lettori ma ecco che incrocio nel mio percorso Bonifacio Vincenzi che con entusiasmo e gratuitamente mi propone di pubblicare Epica Quotidiana con Macabor Editore. L’ho ringraziato per questo all’interno della raccolta. Le prime copie mi arrivano a casa nei primi giorni della quarantena anche grazie al suo impegno. Insomma ringrazio Bonifacio e la Macabor editore anche per questo!

A.M.: Nella prefazione de “Epica Quotidiana”, lo scrittore e poeta Aldo Nove scrive: “[…] la “chiusa” (quasi sempre gnomica) delle poesie di Ilario Grasso è fulminante e lapidaria. […] ogni componimento […] è più frammento di puzzle che tessera di mosaico, si dà nel suo lacaniano uno-tutto-solo che non riesce più a farsi coro o movimento (eppur si muove, eppure sotterraneo r-esiste).” Ritiene che questa descrizione rispecchi i suoi componimenti?
Ilaria Grasso: Aldo Nove lo conoscevo ma come si conosce un poeta e uno scrittore e cioè tramite i libri. Avendo letto il suo Sono Roberta e guadagno 250 euro al mese, che è stato materiale fondamentale per la mia raccolta, l’ho contattato tramite FaceBook per sottoporgliela e lui è stato molto gentile rispondendo con entusiasmo alla lettura della raccolta. Abbiamo parlato molto e mi ha incoraggiato a pubblicarla. Con il tempo siamo diventati amici e ci sentiamo spesso per confrontarci su varie tematiche e ci vogliamo bene. Aldo ha da subito inquadrato questo aspetto della raccolta pur non conoscendo i miei gusti musicali. Parlo dei CCCP e di Giovanni Lindo Ferretti e di Massimo Zamboni che hanno molto contribuito al farsi del mio pensiero. Ma ritorniamo a “chiuse”, “mosaici” e “frammenti”. Mi rispecchio totalmente in ciò che Aldo ha scritto nella prefazione. Rispondo a queste domande il 29.04.20. Il premier Conte ci dice che il 4 maggio saremo nella fase 2, i cui contorni sono ancora opachi. Sia nella fase 1 che nella fase 2 non sono stati trattati i temi di chi abita da solo, di chi è disabile o ha figli disabili, di chi non ha una casa o ancora dei tossicodipendenti e delle prostitute. O ancora vedo molto disinteresse a parlare delle mafie e della corruzione. Pochi d’altronde anche gli articoli su questi temi. A fronte dei “Fertility Day”, nessuno al governo si domanda e propone qualcosa per la salute psicofisica nei bambini. Come sarà uno stato che non si occupa dei bambini e quindi del futuro del paese? Anche della cultura si parla poco e dunque chiudo la domanda con il pensiero di Formica all’interno di un articolo del giornale Il Manifesto: occorre prima pensare e poi agire. Cosa pensiamo se non leggiamo? Vedo una strana forma di collaborazione da parte di chi tace o fa finta di niente per il “quieto vivere”. Ecco, questo per me non è esattamente far parte di un coro perché anche nel coro il “contro coro” è importante per fare musica e movimento e ritmo ma al momento, nello scenario attuale, non c’è.

A.M.: La raccolta apre con “Le gesta dei padri” che comprende dieci poesie dedicate a grandi poeti, dal toscano Franco Fortini al russo Vladímir Majakóvskij. “Qui a Taranto il rosso dispera./ Ricopre il bucato appena steso e le facciate dei palazzi./ Ottura occhi e narici. […]” si legge e subito si comprende, grazie alla forte immagine che il verso riesce a pennellare, l’incriminato. Perché la poesia è necessaria nella società?
Ilaria Grasso: Erano altri gli autunni e altre le primavere, ti direi. Questa mia non è una forma di nostalgismo ma una feroce presa d’atto che dal passato dobbiamo apprendere riducendo il margine di errore e conservarne memoria ma abbiamo il dovere di pensare più in là del nostro tempo e del nostro spazio con criteri altri e impegnarci tutti a fare proposte inclusive. Mi si domanda sottilmente del ruolo del poeta nella società. Ad ora la poesia è una bomba disinnescata. Chi inviterebbe un poeta in un programma televisivo o lo inserirebbe in una organizzazione come fece Olivetti con Sinisgalli? Nella migliore delle ipotesi spesso vi si dà un ruolo consolatorio che però si rivolge comunque a pochi. Al poeta dunque non rimane che fare ciò che il giornalista non può o non vuole fare e cioè sollevare questioni. In altri fare da portavoce, come ho provato a fare in Epica Quotidiana. Christian Tito, farmacista, poeta e documentarista, non si è mai stancato di fare poesia denunciando le storture del marketing e della globalizzazione e di parlare dell’ILVA, svelando gli aspetti più spinosi della questione della realtà siderurgica più grande d’Italia. Evidenziò infatti l’inquinamento e la disperazione dei tarantini di fronte ai loro morti e alla propria terra stuprata dagli interessi che ruotano attorno a quello stabilimento. Lo ha fatto fino a quando ha potuto. Ora lui non c’è più perché è morto prematuramente.
Tito era in stretto legame con un altro poeta che amo molto, Luigi Di Ruscio, che molti definiscono, a torto o ragione, il “poeta operaio”. Testimonianza della loro amicizia è Lettere del mondo offeso, un libro che raccoglie i loro scambi e riflessioni. Il lavoro che ho fatto con Epica Quotidiana non è stato solo uno studio monografico e tematico sulla poesia e letteratura aziendale e del lavoro ma anche scambi con poeti e con registri, di età e provenienze molto distanti dalle mie. Li ho citati tutti nei ringraziamenti in calce alla raccolta. Ma torniamo a Tito. In una delle sue poesie dice “non importa se voi non leggete le poesie/ perché sarà la poesia a leggervi tutti”. L’ho messa in esergo alla sezione “In-organico” proprio per evidenziare tutte le riflessioni che sopra ho fatto.

A.M.: Ed è con la seconda parte “In itinere” che si raggiunge “Epica Quotidiana” con il suo “garbuglio/ di monumenti e radiazioni” con i “tre semafori di una lentezza disarmante”, “la gazzarra dei motori” e “la metro gonfia”. Versi che fanno pensare ad una grande città affollata, rumorosa, ed ad un personaggio che si aggira quotidianamente in quelle strade. Qual è la fortunata città che ha “tanti i poeti che mandano avanti il Paese” e che “Lavorano in ufficio o chissà dove/ per il mutuo o per pagare le spese.”
Ilaria Grasso: La città è quella dove da più di dieci anni vivo ed è diversa da quella in cui sono nata e cioè Lucera. Come tanti sono andata via dal Sud per mancanza di prospettive e Roma non è una città che esattamente ho scelto. Mi ci sono ritrovata più per lavoro che per altro. Quando ho iniziato a lavorare per la raccolta abitavo a Talenti e per raggiungere il mio luogo di lavoro che si trova nel quartiere San Giovanni di Roma impiegavo un’ora e tre quarti del mio tempo all’andata e lo stesso facevo al ritorno. Più o meno come alcuni miei colleghi che vengono in ufficio da Napoli o da Viterbo o da zone limitrofe a Roma. Ogni giorno che tornavo a casa era un’impresa epica, tra cambi d’autobus e scioperi bianchi e malfunzionamenti. Per non parlare di quando dovevo fare il cambio a Piazzale dei Cinquecento e camminare controcorrente attraversando altri commilitoni che come me andavano a lavorare. Parlo al passato perché, dopo un lungo periodo di logoramento che mi ha procurato forti attacchi di panico che mi hanno costretta a fermarmi per un periodo di sette mesi, ho cambiato casa, sono molto più vicina al lavoro e ora la mia esistenza è meno pesante. Sto molto molto meglio. Ecco da dove nasce il titolo Epica quotidiana e la sezione “In-itinere”. Questa sezione è un impegno a non dimenticare il mio passato e tenerlo bene presente nelle discussioni quando parliamo di lavoro e anche di migrazione.

A.M.: In “Ingorgo” si legge: “La processione avanza sempre nelle stesse direzioni/ tra canini d’acciaio e il guarire dei motori./ Anche in tangenziale, sempre in mezzo al niente affollati.” La chiusa, “in mezzo al niente affollati”, è stata donata dal poeta Giulio Maffii.
Ilaria Grasso: La poesia Ingorgo ha una storia molto particolare. Quando cambiammo dirigente perché il precedente andò in pensione arrivò in ufficio Raffaele Saccà. Nella sua stanza aveva appeso dei quadri molto particolari. Erano degli ingorghi composti da modellini di macchine, carri armati e aeroplani tutti compressi in un’unica composizione “alla maniera di Arman”, come dico nella poesia. Quei quadri mi affascinavano molto e mi davano modo di fare riflessioni sulla contemporaneità. Chiedevo costantemente a Saccà chi fosse l’autore. Lui era sempre sfuggente nelle risposte non dicendomi mai chi fosse. Un giorno, forse stremato dalla mia insistente curiosità, mi disse che era lui l’autore di quei quadri. L’ingorgo era ed è per me metafora ancora valida per rappresentare cosa siamo noi nella costrizione delle nostre vite routinarie e bisognose di status symbol che altro non sono che continuo comprare e continuo desiderio indotto e di cui probabilmente dovremmo imparare a fare a meno. Da quel giorno di quasi cinque anni fa abbiamo iniziato un dialogo sulle arti e sul mondo che hanno portato lui a tenere una mostra personale sui suoi Ingorghi in una delle gallerie del centro di Roma e me alla pubblicazione di Epica Quotidiana. Molto importante è stato anche il dialogo con Giulio Maffii, poeta e collega di redazione. Collaboriamo infatti entrambi con la rivista on line Carteggi Letterari. Spesso gli mandavo mie poesie su Messenger o via WhatsApp e mi dava suggerimenti. Quando lesse la prima volta Ingorghi mi disse: “in mezzo al niente affollati”. Io risposi: “Esatto Giulio! Proprio così! Posso mettere queste tue parole nella poesia?”. Lui fu molto generoso e mi regalò la chiusa di Ingorghi. E così quella chiusa si trovò sia in uno dei pannelli della mostra di Saccà che in Epica Quotidiana. Anche Maffii e Saccà sono presenti nei ringraziamenti, perché la gratitudine per me è anche una forma di dialogo: in essa c’è il riconoscimento che è alla base di un discorso autentico.

A.M.: In “Delle umane risorse” si legge: “Forse un giorno parleremo veramente/ e capiremo davvero chi siamo/ al di là del ruolo e del mercato.” Poco prima in “Mobbing” si legge: “La consapevolezza a volte si paga/ ma a pensarci bene/ è uno sforzo sostenibile, anzi necessario.” Qual è il ruolo della filosofia?
Ilaria Grasso: Nella seconda risposta vi anticipavo già l’importanza per me della filosofia nella produzione poetica e letteraria. Senza una struttura di pensiero cadono ponti e costruzioni ma anche impianti versificatori e stratificazioni linguistiche e concettuali. La filosofia e il pensiero sono dunque per me fondamentali. “Chi sono io? Chi siamo?” sono domande fondamentali per l’individuo. Bisogna interrogarsi e avere il coraggio di ascoltare la o le risposte, prenderne atto, analizzarle ed elaborarle. Già prima del Covid eravamo di fronte a un mutamento antropologico di cui non tutti erano perfettamente consapevoli. Dopo il Covid probabilmente avremo, chissà, anche mutazioni genetiche o biologiche, magari sul funzionamento delle nostre cellule o dei nostri organi. È tutto ancora sospeso. Nel frattempo auspico la nascita di una neo ontologia che consenta di ristabilire i criteri di esistenza di entità come i cyborg o i robot o le IA e solo in seguito concettualizzare in altro genere di filosofia le relazioni o i significati dei loro segni nel mondo e nella poesia.

A.M.: Su “Nello stato in cui siamo” si legge l’Art.1: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sullo stipendio. La sovranità appartiene a chi la esercita, quando presenti, nelle forme e nei limiti della tipologia contrattuale.” Qual è il suo pensiero sulla globalizzazione e sul futuro (ma assai vicino, fin troppo vicino) impianto di microchip negli esseri umani?
Ilaria Grasso: Il primo articolo di quella stramba e bislacca costituzione me lo ha donato il mio amico Ubaldo, in una delle tante riflessioni sul parassitismo e sul familismo amorale, due cancri della realtà italiana che vanno in crash con la globalizzazione. Il resto degli articoli li ho declinati io o meglio io e Ubaldo che non ho messo nei ringraziamenti per sua richiesta specifica che rispetto.
Il nostro atteggiamento di fronte alle tecnologie e alla modernità è pieno di resistenze al cambiamento che si manifestano con una enorme rimozione del dolore e dell’errore nella nostra coscienza collettiva e individuale. Non concepiamo anche di cambiare perché “si è sempre fatto così” o per una forma di distonia emotiva collettiva che ci porta a reagire in maniera poco sana di fronte agli imprevisti o alle novità che fanno parte della vita. Quanto ho iniziato a comporre Epica Quotidiana il mio atteggiamento nei confronti della tecnologia era assolutamente oppositivo. Poi con il tempo e con lo studio e l’osservazione della realtà ho compreso che sono anni che siamo sotto controllo. Ho preso consapevolezza che siamo i dati e la merce che produciamo e che ci inducono a consumare senza soluzione di continuità. Dobbiamo arrenderci di fronte a questa inquietante evidenza. Il Covid ha messo in ginocchio bar, ristoranti, pizzerie e tutto ciò che è svago non solo perché volevamo ancora dare l’immagine di una società in buono stato ma perché politiche di vario genere e di varia natura hanno indirizzato il cittadino a fare delle scelte a favore dell’immagine e del proprio tornaconto personale e non del contenuto. Non mi spaventa essere controllata. C’è sempre uno schiavo e un padrone. D’altronde, il BDSM e la letteratura di De Sade, Masoch, la Trilogia di Roberta di Klossowski e Alfred de Musset in Gamiani o ancora Pasolini all’interno delle 120 giornate di Sodoma ci svelano proprio questa importante verità. Nel sesso come nel lavoro diamo sempre il consenso, attraverso un contratto scritto o meno che sia, e dobbiamo rispettare sempre i termini di quel contratto. Ad ogni diritto corrisponde un dovere e i diritti per essere goduti vanno manutenuti, sempre. Ma è il confine a fare la differenza. E su questo dobbiamo tenere gli occhi sempre ben aperti e agire responsabilmente per il bene nostro e dell’altro. Ne siamo consapevoli? Lo facciamo?

A.M.: In questo particolare periodo di isolamento causato dall’epidemia ha avuto modo di scrivere? È stato per lei fonte di ispirazione?
Ilaria Grasso: Non sto scrivendo nulla. Mi faccio sismografo e registro tutto ciò che sento del mondo dalla mia cella claustrale. Ho un taccuino su cui appunto sensazioni fisiche, notizie, i sogni che fanno gli altri e le intuizioni che nascono grazie ai confronti con amici, poeti, qualche giornalista e alle varie chat e gruppi FB che seguo. Mi appunto anche fantasie erotiche mie e di altri per capire come lavora il senso di imminente apocalisse sull’eros e sul desiderio. Leggo molto (libri e giornali) e ogni sera registro un video dove leggo poesia e saggistica. Rappresenta per me una forma di preghiera laica che mi aiuta a usare la voce e mettermi in connessione col mondo. Vivo da sola o meglio in compagnia di me stessa e sono immersa pienamente nel silenzio interrotto dalle sirene delle continue autoambulanze che sento solo quando ho le finestre aperte. Il mio tempo non è tutto mio. Una parte lo dedico per contratto alle attività che svolgo “da remoto”. Insomma sono una smartworker. Mi domando: mi piacerebbe essere sempre in smartworking? Penso di no perché il lavoro è anche spazio che si trasforma in luogo grazie alle relazioni che lo abitano. I luoghi di lavoro vanno dunque presidiati e custoditi non solo perché il lavoro è uno degli elementi che assorbono maggiormente l’esistenza degli uomini ma perché sono uno degli spazi dove è ancora certo ci siano esseri umani. Un ufficio deserto credo sia un’immagine inquietante al pari di quello di una fabbrica dismessa. Quindi per il futuro sono per un uso moderato e contingentato dello smartworking.
Ma ritorniamo al tema della clausura e alla sua dimensione predominante e cioè il silenzio. Nel silenzio si manifestano i nostri mostri interiori ma è anche il contesto che prepara l’epifania di una intuizione o di una sorpresa. Quando abitavo in Puglia la mia casa era piena di un silenzio assordante e inammissibile per la mia inquietudine. Ora il silenzio ha assunto un valore di veglia, di ascolto profondo ma significa anche tempo lento all’interno del quale contemplare oggetti astratti. Dove pensare e ripensare. Dove leggere e rileggere libri e punti di vista. Il silenzio è quella cosa che dovremmo imparare a custodire per il “poi”.
C’è solo una cosa che al momento un poeta che vuole dirsi tale deve fare in tempi di Covid e cioè tutelare e proteggere la libertà di pensiero in tutti i contesti.

A.M.: “Sul display del PC leggo: Attività completata con successo” dunque possiamo salutarci con una citazione…
Ilaria Grasso: Chiunque di noi si trovi a lavorare al PC per svariate ore è costretto a leggere una frase del genere per cui mi è sembrato giusto trattare la questione con ironia, dato che nella vita di tutti i giorni la realtà è alquanto pesante e alienante. Esiste una intera categoria di lavoratori che non fanno altro che cliccare tutto il giorno e vengono definiti “click workers”, che poi è il titolo della poesia da cui è citato il verso con cui inizia la domanda. Chi sono questi lavoratori? Vi lascio la definizione di clickwork secondo me più lucida ed esaustiva che è di Roberto Ciccarelli. La trovate in “FORZA LAVORO. Il lato oscuro della rivoluzione digitale” edito da DeriveApprodi. Eccola qui:
“[Il clickwork è una rappresentazione della forza lavoro composta da una folla di mansioni depurate dal corpo e dall’intelligenza umana, disponibili per ogni attività e al servizio di un comando diretto, senza mediazioni, esercitate dall’infrastruttura digitale. Il lavoratore è un primate che compone codici su una tastiera senza comprenderli. È il risultato di un nuovo evoluzionismo: il passaggio dalla forza lavoro che usa un personal computer alla persona che diventa computer sarebbe il grado finale dell’autorealizzazione umana]”.

A.M.: Ilaria, le domande generano risposte e le risposte ulteriori domande. Il fondamento del dialogo con l’altro e con il sé. Auguro al lettore di inciampare nella lettura di questa tua “Epica Quotidiana” e di prendere qualche istante della giornata per ragionare sugli interrogativi che hai proposto in questa intervista. Domande, a mio avviso, valide in ogni epoca come farmaco (φαρμακός), propriamente come espulsione per giungere all’agognata catarsi (ἀγωνιάω, κάθαρσις). Saluto con le parole del filosofo ed orientalista francese Constantin-François de Chassebœuf, conte di Volney:
“Il dubbio, rispose, è forse un crimine? L’uomo è forse padrone di sentire diversamente da come sente? Se una verità è evidente e concreta, dovremo solo compatire chi non la riconosce: la pena scaturirà proprio dalla sua cecità. Se essa è incerta o equivoca, come trovarle, invece, un carattere che non ha? Credere senza evidenza e senza dimostrazione è segno d’ignoranza e di stupidità. Il credulone si perde in un labirinto di incongruenze; l’uomo assennato esamina e valuta, per rendere concordi le sue opinioni; e l’uomo in buona fede tollera la contraddizione perché solo da essa nasce l’evidenza. La violenza è l’argomento della menzogna e l’imposizione d’autorità di una credenza è l’atto e l’indizio di un tiranno.”

Written by Alessia Mocci

Info
Sito Macabor Editore
http://www.macaboreditore.it/
Acquista “Epica Quotidiana”
http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-cate...
Fonte
https://oubliettemagazine.com/2020/05/14/intervista-di-alessia-mocci-ad-...

Interviewee: 
Ilaria Grasso
Interview text: 

Intervista di Alessia Mocci ad Ilaria Grasso: vi presentiamo la raccolta Epica Quotidiana

“Ad ora la poesia è una bomba disinnescata. Chi inviterebbe un poeta in un programma televisivo o lo inserirebbe in una organizzazione come fece Olivetti con Sinisgalli? Nella migliore delle ipotesi spesso vi si dà un ruolo consolatorio che però si rivolge comunque a pochi. Al poeta dunque non rimane che fare ciò che il giornalista non può o non vuole fare e cioè sollevare questioni. In altri fare da portavoce, come ho provato a fare in Epica Quotidiana.” – Ilaria Grasso
Una bomba. Un’arma senza munizioni. “La poesia è una bomba disinnescata”.
Ilaria Grasso con accento polemico (πολεμικός) pone davanti agli occhi l’evidenza dell’assenza del poeta dai programmi televisivi di attualità e cultura e dalle imprese, e ci ricorda dell’ingegnere e politico italiano Adriano Olivetti (Ivrea, 11 aprile 1901 – Aigle, 27 febbraio 1960) che nel 1938 assunse il poeta Leonardo Sinisgalli (Montemurro, 9 marzo 1908 – Roma, 31 gennaio 1981) come responsabile dell’Ufficio tecnico di pubblicità. Olivetti innescò la bomba (βόμβος). Ed il poeta fece gran rumore con le vetrine ed i manifesti pubblicitari che anticiparono di vent’anni il movimento artistico Pop-Art.
Originaria di Lucera in provincia di Foggia, Ilaria Grasso vive a Roma da anni, città nella quale lavora come impiegata. Da osservatrice sensibile ai bisogni ed ai mutamenti della società, compone versi e collabora con portali online quali “Carteggi Letterari”, “Poetarum Silva” e “Zest Letteratura Sostenibile”.
“Epica Quotidiana” è stato pubblicato nel 2020 da Macabor Editore nella collana “I fiori di Macabor”, con l’elaborazione grafica della copertina di Giorgio Ferrarini. La prefazione è stata curata dal poeta Aldo Nove.
“In autobus al mattino la gente stanca/ sale per andare a guadagnarsi il pane.// Avanziamo isolati dai vetri di una bottiglia/ traboccante di una moltitudine di disperati.// […]” – Ilaria Grasso

A.M.: Ilaria, la ringrazio per il tempo concesso in questa intervista e mi complimento per questa sua nuova raccolta dal titolo “Epica Quotidiana”. Rivolgendoci per un attimo al passato: qual è stato il suo primo passo in editoria?
Ilaria Grasso: Grazie a Lei perché in queste domande trovo molta cura nella lettura della raccolta da parte sua e anche la volontà di iniziare un dialogo artistico e culturale sul tema del lavoro e della contemporaneità. Era uno degli effetti che auspicavo con la pubblicazione di “Epica Quotidiana”. Ad oggi riscontro una scarsa capacità di concentrazione e una mancanza di volontà o di contenuti del e nel dialogo. Siamo come persi in una logorrea infodemica senza precedenti che ci impedisce ascolto profondo e capacità di cooperare dialogando. Succede a tutti, me compresa. Trovo sia intellettualmente onesto fare questa premessa prima di partire con l’intervista.
Bene, iniziamo!
Il mio lavoro inizia con la plaquette dal titolo “Le mie verdi miniere di sale”. Era una riflessione sul dolore e aveva senz’altro una radice più intima e intimista ma aveva già in nuce alcune tematiche del lavoro e di una di quelle che considero una delle tante lotte che dobbiamo mandare avanti e cioè la questione femminile. E in questo quadro considero donne anche le donne che non sono nate femmine biologicamente. Ma ritorniamo all’editoria, cosa a volte diversa dalla letteratura. La letteratura per me si compone di tre parti. Una è fatta da chi scrive, l’altra da chi legge, la restante parte è tutta evocazione e mistero e imprevedibile sorpresa. Rappresenta infatti ciò che ti trovi a scrivere e che nasce scrivendo o ciò che ti trovi a pensare leggendo. Le mie verdi miniere di sale ed Epica Quotidiana sono state pubblicate senza la richiesta di alcun contributo da parte mia. La plaquette è stata pubblicata da Arduino Sacco Editore, una piccolissima casa editrice che ha scommesso sui miei versi; lo stesso ha fatto Macabor Editore per Epica Quotidiana. Ho mandato la mia raccolta a svariati editori e in molti mi hanno richiesto contributi fino a mille euro o hanno risposto che la raccolta, pur nella sua validità, non era nella loro linea editoriale. Ero sul punto di affidarmi a una buona tipografia e prepararmi a inviare la raccolta alle varie redazioni affinché raggiungesse i lettori ma ecco che incrocio nel mio percorso Bonifacio Vincenzi che con entusiasmo e gratuitamente mi propone di pubblicare Epica Quotidiana con Macabor Editore. L’ho ringraziato per questo all’interno della raccolta. Le prime copie mi arrivano a casa nei primi giorni della quarantena anche grazie al suo impegno. Insomma ringrazio Bonifacio e la Macabor editore anche per questo!

A.M.: Nella prefazione de “Epica Quotidiana”, lo scrittore e poeta Aldo Nove scrive: “[…] la “chiusa” (quasi sempre gnomica) delle poesie di Ilario Grasso è fulminante e lapidaria. […] ogni componimento […] è più frammento di puzzle che tessera di mosaico, si dà nel suo lacaniano uno-tutto-solo che non riesce più a farsi coro o movimento (eppur si muove, eppure sotterraneo r-esiste).” Ritiene che questa descrizione rispecchi i suoi componimenti?
Ilaria Grasso: Aldo Nove lo conoscevo ma come si conosce un poeta e uno scrittore e cioè tramite i libri. Avendo letto il suo Sono Roberta e guadagno 250 euro al mese, che è stato materiale fondamentale per la mia raccolta, l’ho contattato tramite FaceBook per sottoporgliela e lui è stato molto gentile rispondendo con entusiasmo alla lettura della raccolta. Abbiamo parlato molto e mi ha incoraggiato a pubblicarla. Con il tempo siamo diventati amici e ci sentiamo spesso per confrontarci su varie tematiche e ci vogliamo bene. Aldo ha da subito inquadrato questo aspetto della raccolta pur non conoscendo i miei gusti musicali. Parlo dei CCCP e di Giovanni Lindo Ferretti e di Massimo Zamboni che hanno molto contribuito al farsi del mio pensiero. Ma ritorniamo a “chiuse”, “mosaici” e “frammenti”. Mi rispecchio totalmente in ciò che Aldo ha scritto nella prefazione. Rispondo a queste domande il 29.04.20. Il premier Conte ci dice che il 4 maggio saremo nella fase 2, i cui contorni sono ancora opachi. Sia nella fase 1 che nella fase 2 non sono stati trattati i temi di chi abita da solo, di chi è disabile o ha figli disabili, di chi non ha una casa o ancora dei tossicodipendenti e delle prostitute. O ancora vedo molto disinteresse a parlare delle mafie e della corruzione. Pochi d’altronde anche gli articoli su questi temi. A fronte dei “Fertility Day”, nessuno al governo si domanda e propone qualcosa per la salute psicofisica nei bambini. Come sarà uno stato che non si occupa dei bambini e quindi del futuro del paese? Anche della cultura si parla poco e dunque chiudo la domanda con il pensiero di Formica all’interno di un articolo del giornale Il Manifesto: occorre prima pensare e poi agire. Cosa pensiamo se non leggiamo? Vedo una strana forma di collaborazione da parte di chi tace o fa finta di niente per il “quieto vivere”. Ecco, questo per me non è esattamente far parte di un coro perché anche nel coro il “contro coro” è importante per fare musica e movimento e ritmo ma al momento, nello scenario attuale, non c’è.

A.M.: La raccolta apre con “Le gesta dei padri” che comprende dieci poesie dedicate a grandi poeti, dal toscano Franco Fortini al russo Vladímir Majakóvskij. “Qui a Taranto il rosso dispera./ Ricopre il bucato appena steso e le facciate dei palazzi./ Ottura occhi e narici. […]” si legge e subito si comprende, grazie alla forte immagine che il verso riesce a pennellare, l’incriminato. Perché la poesia è necessaria nella società?
Ilaria Grasso: Erano altri gli autunni e altre le primavere, ti direi. Questa mia non è una forma di nostalgismo ma una feroce presa d’atto che dal passato dobbiamo apprendere riducendo il margine di errore e conservarne memoria ma abbiamo il dovere di pensare più in là del nostro tempo e del nostro spazio con criteri altri e impegnarci tutti a fare proposte inclusive. Mi si domanda sottilmente del ruolo del poeta nella società. Ad ora la poesia è una bomba disinnescata. Chi inviterebbe un poeta in un programma televisivo o lo inserirebbe in una organizzazione come fece Olivetti con Sinisgalli? Nella migliore delle ipotesi spesso vi si dà un ruolo consolatorio che però si rivolge comunque a pochi. Al poeta dunque non rimane che fare ciò che il giornalista non può o non vuole fare e cioè sollevare questioni. In altri fare da portavoce, come ho provato a fare in Epica Quotidiana. Christian Tito, farmacista, poeta e documentarista, non si è mai stancato di fare poesia denunciando le storture del marketing e della globalizzazione e di parlare dell’ILVA, svelando gli aspetti più spinosi della questione della realtà siderurgica più grande d’Italia. Evidenziò infatti l’inquinamento e la disperazione dei tarantini di fronte ai loro morti e alla propria terra stuprata dagli interessi che ruotano attorno a quello stabilimento. Lo ha fatto fino a quando ha potuto. Ora lui non c’è più perché è morto prematuramente.
Tito era in stretto legame con un altro poeta che amo molto, Luigi Di Ruscio, che molti definiscono, a torto o ragione, il “poeta operaio”. Testimonianza della loro amicizia è Lettere del mondo offeso, un libro che raccoglie i loro scambi e riflessioni. Il lavoro che ho fatto con Epica Quotidiana non è stato solo uno studio monografico e tematico sulla poesia e letteratura aziendale e del lavoro ma anche scambi con poeti e con registri, di età e provenienze molto distanti dalle mie. Li ho citati tutti nei ringraziamenti in calce alla raccolta. Ma torniamo a Tito. In una delle sue poesie dice “non importa se voi non leggete le poesie/ perché sarà la poesia a leggervi tutti”. L’ho messa in esergo alla sezione “In-organico” proprio per evidenziare tutte le riflessioni che sopra ho fatto.

A.M.: Ed è con la seconda parte “In itinere” che si raggiunge “Epica Quotidiana” con il suo “garbuglio/ di monumenti e radiazioni” con i “tre semafori di una lentezza disarmante”, “la gazzarra dei motori” e “la metro gonfia”. Versi che fanno pensare ad una grande città affollata, rumorosa, ed ad un personaggio che si aggira quotidianamente in quelle strade. Qual è la fortunata città che ha “tanti i poeti che mandano avanti il Paese” e che “Lavorano in ufficio o chissà dove/ per il mutuo o per pagare le spese.”
Ilaria Grasso: La città è quella dove da più di dieci anni vivo ed è diversa da quella in cui sono nata e cioè Lucera. Come tanti sono andata via dal Sud per mancanza di prospettive e Roma non è una città che esattamente ho scelto. Mi ci sono ritrovata più per lavoro che per altro. Quando ho iniziato a lavorare per la raccolta abitavo a Talenti e per raggiungere il mio luogo di lavoro che si trova nel quartiere San Giovanni di Roma impiegavo un’ora e tre quarti del mio tempo all’andata e lo stesso facevo al ritorno. Più o meno come alcuni miei colleghi che vengono in ufficio da Napoli o da Viterbo o da zone limitrofe a Roma. Ogni giorno che tornavo a casa era un’impresa epica, tra cambi d’autobus e scioperi bianchi e malfunzionamenti. Per non parlare di quando dovevo fare il cambio a Piazzale dei Cinquecento e camminare controcorrente attraversando altri commilitoni che come me andavano a lavorare. Parlo al passato perché, dopo un lungo periodo di logoramento che mi ha procurato forti attacchi di panico che mi hanno costretta a fermarmi per un periodo di sette mesi, ho cambiato casa, sono molto più vicina al lavoro e ora la mia esistenza è meno pesante. Sto molto molto meglio. Ecco da dove nasce il titolo Epica quotidiana e la sezione “In-itinere”. Questa sezione è un impegno a non dimenticare il mio passato e tenerlo bene presente nelle discussioni quando parliamo di lavoro e anche di migrazione.

A.M.: In “Ingorgo” si legge: “La processione avanza sempre nelle stesse direzioni/ tra canini d’acciaio e il guarire dei motori./ Anche in tangenziale, sempre in mezzo al niente affollati.” La chiusa, “in mezzo al niente affollati”, è stata donata dal poeta Giulio Maffii.
Ilaria Grasso: La poesia Ingorgo ha una storia molto particolare. Quando cambiammo dirigente perché il precedente andò in pensione arrivò in ufficio Raffaele Saccà. Nella sua stanza aveva appeso dei quadri molto particolari. Erano degli ingorghi composti da modellini di macchine, carri armati e aeroplani tutti compressi in un’unica composizione “alla maniera di Arman”, come dico nella poesia. Quei quadri mi affascinavano molto e mi davano modo di fare riflessioni sulla contemporaneità. Chiedevo costantemente a Saccà chi fosse l’autore. Lui era sempre sfuggente nelle risposte non dicendomi mai chi fosse. Un giorno, forse stremato dalla mia insistente curiosità, mi disse che era lui l’autore di quei quadri. L’ingorgo era ed è per me metafora ancora valida per rappresentare cosa siamo noi nella costrizione delle nostre vite routinarie e bisognose di status symbol che altro non sono che continuo comprare e continuo desiderio indotto e di cui probabilmente dovremmo imparare a fare a meno. Da quel giorno di quasi cinque anni fa abbiamo iniziato un dialogo sulle arti e sul mondo che hanno portato lui a tenere una mostra personale sui suoi Ingorghi in una delle gallerie del centro di Roma e me alla pubblicazione di Epica Quotidiana. Molto importante è stato anche il dialogo con Giulio Maffii, poeta e collega di redazione. Collaboriamo infatti entrambi con la rivista on line Carteggi Letterari. Spesso gli mandavo mie poesie su Messenger o via WhatsApp e mi dava suggerimenti. Quando lesse la prima volta Ingorghi mi disse: “in mezzo al niente affollati”. Io risposi: “Esatto Giulio! Proprio così! Posso mettere queste tue parole nella poesia?”. Lui fu molto generoso e mi regalò la chiusa di Ingorghi. E così quella chiusa si trovò sia in uno dei pannelli della mostra di Saccà che in Epica Quotidiana. Anche Maffii e Saccà sono presenti nei ringraziamenti, perché la gratitudine per me è anche una forma di dialogo: in essa c’è il riconoscimento che è alla base di un discorso autentico.

A.M.: In “Delle umane risorse” si legge: “Forse un giorno parleremo veramente/ e capiremo davvero chi siamo/ al di là del ruolo e del mercato.” Poco prima in “Mobbing” si legge: “La consapevolezza a volte si paga/ ma a pensarci bene/ è uno sforzo sostenibile, anzi necessario.” Qual è il ruolo della filosofia?
Ilaria Grasso: Nella seconda risposta vi anticipavo già l’importanza per me della filosofia nella produzione poetica e letteraria. Senza una struttura di pensiero cadono ponti e costruzioni ma anche impianti versificatori e stratificazioni linguistiche e concettuali. La filosofia e il pensiero sono dunque per me fondamentali. “Chi sono io? Chi siamo?” sono domande fondamentali per l’individuo. Bisogna interrogarsi e avere il coraggio di ascoltare la o le risposte, prenderne atto, analizzarle ed elaborarle. Già prima del Covid eravamo di fronte a un mutamento antropologico di cui non tutti erano perfettamente consapevoli. Dopo il Covid probabilmente avremo, chissà, anche mutazioni genetiche o biologiche, magari sul funzionamento delle nostre cellule o dei nostri organi. È tutto ancora sospeso. Nel frattempo auspico la nascita di una neo ontologia che consenta di ristabilire i criteri di esistenza di entità come i cyborg o i robot o le IA e solo in seguito concettualizzare in altro genere di filosofia le relazioni o i significati dei loro segni nel mondo e nella poesia.

A.M.: Su “Nello stato in cui siamo” si legge l’Art.1: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sullo stipendio. La sovranità appartiene a chi la esercita, quando presenti, nelle forme e nei limiti della tipologia contrattuale.” Qual è il suo pensiero sulla globalizzazione e sul futuro (ma assai vicino, fin troppo vicino) impianto di microchip negli esseri umani?
Ilaria Grasso: Il primo articolo di quella stramba e bislacca costituzione me lo ha donato il mio amico Ubaldo, in una delle tante riflessioni sul parassitismo e sul familismo amorale, due cancri della realtà italiana che vanno in crash con la globalizzazione. Il resto degli articoli li ho declinati io o meglio io e Ubaldo che non ho messo nei ringraziamenti per sua richiesta specifica che rispetto.
Il nostro atteggiamento di fronte alle tecnologie e alla modernità è pieno di resistenze al cambiamento che si manifestano con una enorme rimozione del dolore e dell’errore nella nostra coscienza collettiva e individuale. Non concepiamo anche di cambiare perché “si è sempre fatto così” o per una forma di distonia emotiva collettiva che ci porta a reagire in maniera poco sana di fronte agli imprevisti o alle novità che fanno parte della vita. Quanto ho iniziato a comporre Epica Quotidiana il mio atteggiamento nei confronti della tecnologia era assolutamente oppositivo. Poi con il tempo e con lo studio e l’osservazione della realtà ho compreso che sono anni che siamo sotto controllo. Ho preso consapevolezza che siamo i dati e la merce che produciamo e che ci inducono a consumare senza soluzione di continuità. Dobbiamo arrenderci di fronte a questa inquietante evidenza. Il Covid ha messo in ginocchio bar, ristoranti, pizzerie e tutto ciò che è svago non solo perché volevamo ancora dare l’immagine di una società in buono stato ma perché politiche di vario genere e di varia natura hanno indirizzato il cittadino a fare delle scelte a favore dell’immagine e del proprio tornaconto personale e non del contenuto. Non mi spaventa essere controllata. C’è sempre uno schiavo e un padrone. D’altronde, il BDSM e la letteratura di De Sade, Masoch, la Trilogia di Roberta di Klossowski e Alfred de Musset in Gamiani o ancora Pasolini all’interno delle 120 giornate di Sodoma ci svelano proprio questa importante verità. Nel sesso come nel lavoro diamo sempre il consenso, attraverso un contratto scritto o meno che sia, e dobbiamo rispettare sempre i termini di quel contratto. Ad ogni diritto corrisponde un dovere e i diritti per essere goduti vanno manutenuti, sempre. Ma è il confine a fare la differenza. E su questo dobbiamo tenere gli occhi sempre ben aperti e agire responsabilmente per il bene nostro e dell’altro. Ne siamo consapevoli? Lo facciamo?

A.M.: In questo particolare periodo di isolamento causato dall’epidemia ha avuto modo di scrivere? È stato per lei fonte di ispirazione?
Ilaria Grasso: Non sto scrivendo nulla. Mi faccio sismografo e registro tutto ciò che sento del mondo dalla mia cella claustrale. Ho un taccuino su cui appunto sensazioni fisiche, notizie, i sogni che fanno gli altri e le intuizioni che nascono grazie ai confronti con amici, poeti, qualche giornalista e alle varie chat e gruppi FB che seguo. Mi appunto anche fantasie erotiche mie e di altri per capire come lavora il senso di imminente apocalisse sull’eros e sul desiderio. Leggo molto (libri e giornali) e ogni sera registro un video dove leggo poesia e saggistica. Rappresenta per me una forma di preghiera laica che mi aiuta a usare la voce e mettermi in connessione col mondo. Vivo da sola o meglio in compagnia di me stessa e sono immersa pienamente nel silenzio interrotto dalle sirene delle continue autoambulanze che sento solo quando ho le finestre aperte. Il mio tempo non è tutto mio. Una parte lo dedico per contratto alle attività che svolgo “da remoto”. Insomma sono una smartworker. Mi domando: mi piacerebbe essere sempre in smartworking? Penso di no perché il lavoro è anche spazio che si trasforma in luogo grazie alle relazioni che lo abitano. I luoghi di lavoro vanno dunque presidiati e custoditi non solo perché il lavoro è uno degli elementi che assorbono maggiormente l’esistenza degli uomini ma perché sono uno degli spazi dove è ancora certo ci siano esseri umani. Un ufficio deserto credo sia un’immagine inquietante al pari di quello di una fabbrica dismessa. Quindi per il futuro sono per un uso moderato e contingentato dello smartworking.
Ma ritorniamo al tema della clausura e alla sua dimensione predominante e cioè il silenzio. Nel silenzio si manifestano i nostri mostri interiori ma è anche il contesto che prepara l’epifania di una intuizione o di una sorpresa. Quando abitavo in Puglia la mia casa era piena di un silenzio assordante e inammissibile per la mia inquietudine. Ora il silenzio ha assunto un valore di veglia, di ascolto profondo ma significa anche tempo lento all’interno del quale contemplare oggetti astratti. Dove pensare e ripensare. Dove leggere e rileggere libri e punti di vista. Il silenzio è quella cosa che dovremmo imparare a custodire per il “poi”.
C’è solo una cosa che al momento un poeta che vuole dirsi tale deve fare in tempi di Covid e cioè tutelare e proteggere la libertà di pensiero in tutti i contesti.

A.M.: “Sul display del PC leggo: Attività completata con successo” dunque possiamo salutarci con una citazione…
Ilaria Grasso: Chiunque di noi si trovi a lavorare al PC per svariate ore è costretto a leggere una frase del genere per cui mi è sembrato giusto trattare la questione con ironia, dato che nella vita di tutti i giorni la realtà è alquanto pesante e alienante. Esiste una intera categoria di lavoratori che non fanno altro che cliccare tutto il giorno e vengono definiti “click workers”, che poi è il titolo della poesia da cui è citato il verso con cui inizia la domanda. Chi sono questi lavoratori? Vi lascio la definizione di clickwork secondo me più lucida ed esaustiva che è di Roberto Ciccarelli. La trovate in “FORZA LAVORO. Il lato oscuro della rivoluzione digitale” edito da DeriveApprodi. Eccola qui:
“[Il clickwork è una rappresentazione della forza lavoro composta da una folla di mansioni depurate dal corpo e dall’intelligenza umana, disponibili per ogni attività e al servizio di un comando diretto, senza mediazioni, esercitate dall’infrastruttura digitale. Il lavoratore è un primate che compone codici su una tastiera senza comprenderli. È il risultato di un nuovo evoluzionismo: il passaggio dalla forza lavoro che usa un personal computer alla persona che diventa computer sarebbe il grado finale dell’autorealizzazione umana]”.

A.M.: Ilaria, le domande generano risposte e le risposte ulteriori domande. Il fondamento del dialogo con l’altro e con il sé. Auguro al lettore di inciampare nella lettura di questa tua “Epica Quotidiana” e di prendere qualche istante della giornata per ragionare sugli interrogativi che hai proposto in questa intervista. Domande, a mio avviso, valide in ogni epoca come farmaco (φαρμακός), propriamente come espulsione per giungere all’agognata catarsi (ἀγωνιάω, κάθαρσις). Saluto con le parole del filosofo ed orientalista francese Constantin-François de Chassebœuf, conte di Volney:
“Il dubbio, rispose, è forse un crimine? L’uomo è forse padrone di sentire diversamente da come sente? Se una verità è evidente e concreta, dovremo solo compatire chi non la riconosce: la pena scaturirà proprio dalla sua cecità. Se essa è incerta o equivoca, come trovarle, invece, un carattere che non ha? Credere senza evidenza e senza dimostrazione è segno d’ignoranza e di stupidità. Il credulone si perde in un labirinto di incongruenze; l’uomo assennato esamina e valuta, per rendere concordi le sue opinioni; e l’uomo in buona fede tollera la contraddizione perché solo da essa nasce l’evidenza. La violenza è l’argomento della menzogna e l’imposizione d’autorità di una credenza è l’atto e l’indizio di un tiranno.”

Written by Alessia Mocci

Info
Sito Macabor Editore
http://www.macaboreditore.it/
Acquista “Epica Quotidiana”
http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-cate...
Fonte
https://oubliettemagazine.com/2020/05/14/intervista-di-alessia-mocci-ad-...

Interviewee: 
Ilaria Grasso
Interview text: 

Intervista di Alessia Mocci a Rosario Tomarchio: vi presentiamo l’antologia “Memorie”

“[…] Terra amata, mi fai riposar/ sotto lo sguardo benigno dell’Etna/ e dal mare rinasco a nuova vita,/ da quel mare fatto di storia d’uomini,/ di pescatori e focosi amori./ Cara Sicilia, qui fui greco, arabo, spagnolo/ cittadino del mondo e con/ il profumo della mia amata/ mi riscaldi l’anima.” ‒ “Profumo di Sicilia”
Il libro “Memorie – Antologia poetica” dell’autore siciliano Rosario Tomarchio è una raccolta in colloquio con il passato grazie ad una selezione di poesie di tre pubblicazioni precedenti, per un periodo di tempo che va dal 2013 al 2017.
“Memorie” è la somma di nove anni nei quali Rosario si è cimentato con la riflessione e la comparazione. Ha toccando temi come la tradizione, l’amore per la Signora, l’Etna, per la sua terra e per il suo mare, per la famiglia e per quei piccoli gesti antichi che oggi, nell’era capitalista, quasi si frantumano prima ancora di realizzarsi.
E se la grande metropoli costringe l’essere umano ad una velocità che penalizza il rapporto tra emozione e pensiero, l’autore ci trasporta a Piedimonte Etneo, un piccolo borgo ai piedi del grande vulcano, nel quale gli abitanti conseguono il rito arcaico del connettere cuore ed intelletto.
“Undici numero unico,/ che ripete due volte l’uno,/ il numero della luce,/ il numero del sole/ e dell’acqua che dà vita./ Caro, per te è stato destinato l’undici/ per essere due volte luce,/ luce che brilla negli occhi tuoi,/ per essere due volte sole che riscalda,/ quel sole che nasce dal tuo cuore/ e riscalda le persone a te vicino;/ per essere con maggior forza/ l’acqua che dà vita.// […]” ‒ “Undici”

A.M.: Ciao Rosario, oggi, parleremo della tua nuova pubblicazione. “Memorie” è propriamente una selezione di poesie presenti in alcune tue precedenti raccolte. Come nasce l’idea di un’antologia e perché hai scelto questo preciso titolo?
Rosario Tomarchio: Ciao Alessia grazie di questa interessante intervista. “Memorie” riassume tre importanti pubblicazioni che mettono in luce il mio percorso poetico e, precisamente, questa antologia poetica contiene alcune poesie provenienti da “Ricordi di poesie” pubblicato nel 2013, “Cielo” pubblicato nel 2014 e “Briciole di vita” pubblicato nel 2017. Ho scelto questo titolo pensando al mio passato e alla necessità dell’uomo − e quindi mia − di fare memoria. Nello stesso tempo in cui pensavo alle mie pubblicazioni passate facevo memoria ed ero proiettato al futuro e alle idee a cui sto lavorando.

A.M.: Quanto è difficile per il creatore preferire una poesia ad un’altra?
Rosario Tomarchio: Mi capita spesso di scrivere più poesie di quelle che ho intenzione di pubblicare in una raccolta e quindi devo fare ogni volta una selezione. Quando compio letteralmente una selezione ho bene in mente il ritmo da imprimere alla silloge poetica. Le emozioni che voglio trasmettere devono avere secondo il mio immaginario un salire e scendere. Dove per salire intendo da una emozione più lieve a una più forte. È come quando una persona si innamora e ascolta il suo cuore crescere nei battiti fino ad arrivare quasi a galoppare al primo bacio e poi lentamente tornare calmo in attesa del prossimo bacio. Così succede con la selezione che compio quando vado a comporre una raccolta poetica. Quindi nello scegliere le poesie ho usato questo metodo selezionando anche le poesie che avevano ricevuto una maggiore visibilità. Scegliere una poesia o un'altra non è semplice perché ogni poesia nasconde dentro di sé un momento di vita vissuta del poeta o delle persone che gli stanno accanto.

A.M.: Della raccolta “Ricordi di poesie” vorrei parlare di “Etna”: “Nobile donna di bianco vestita,/ sempre cara fosti ai gentil poeti,/ da greci ai latini innamorare facesti./ Alle mani di uomo doni i tuoi frutti,/ con il profumo dei tuoi fiori/ li seduci// […].”. Oltre a raccontarci in quale momento della tua vita sono nati questi versi, ci potresti anche fare un esempio di un poeta a te caro che ha narrato la bellezza della Signora?
Rosario Tomarchio: Questi versi sono nati in due particolari momenti. Un giorno mi sono ritrovato con alcuni conoscenti a parlare dell’Etna e del lavoro che offriva e io ho raccontato di mio nonno materno che, con il mulo, andava tutti i giorni sull’Etna per trasportare legna, carbone, mele dell’Etna (una qualità oggi difficile da trovare), e neve. Successivamente mi sono ritrovato a discutere di poeti latini e greci dell’antica Catania che hanno dedicato alla “Montagna” (Mongibello) alcune meravigliose liriche. Probabilmente il più famoso poeta latino che ha dedicato liriche all’Etna è Pindaro. Senza alcun dubbio il poeta greco più vicino alla cultura etnea e che ha poetato versi per la nobile Signora è Stesicoro.

A.M.: Della raccolta “Cielo” vorrei parlare di “Freddo”: “Sento freddo come un giunco sbattuto dal vento,/ come una lacrima solitaria,/ come una parola non detta,/ come un fiore di campo in un giardino di rose,/ come quella bianca pietra/ che un giorno mi accoglierà.” Perché l’essere umano scrive della morte?
Rosario Tomarchio: Grazie Alessia, per aver citato la poesia “Freddo”. Questa breve lirica è tra le più fortunate e più citate della critica letteraria. L’essere umano scrive della morte perché è qualcosa che non riesce a comprendere fino in fondo nonostante il proprio credo lo aiuta a prepararsi con fiducia alla morte. L’essere umano si prepara con fiducia perché la vita va oltre a quell’attimo temporaneo. Ovviamente credo questo fermamente grazie alla fede. Sciogliendo la parola morte dalla fede ci resta il ricordo e il ricordo è destinato a sopravvivere alla persona cara. Chi ama non muore.

A.M.: Della raccolta “Briciole di vita” vorrei parlare di “Sicilia è”: “Sicilia è una lacrima/ sul volto dei pescatori,/ di un mare che bagna una/ terra che offre/ un bicchiere di vino agli amici.// […]”. Non possiamo negare che la globalizzazione ha modificato le dinamiche di vita dei pescatori, degli agricoltori, allevatori e dunque della regione abitata, in questo caso la Sicilia. In che modo hai percepito queste modifiche?
Rosario Tomarchio: Ho percepito queste modifiche, nel momento in cui mi sono reso cosciente che per far conoscere i prodotti della propria terra, e in questo caso della Sicilia, si deve far parte della globalizzazione e in questo ci viene incontro il web che ci permette di far conoscere la nostra storia ma soprattutto i nostri prodotti in tutto il mondo. Un altro strumento valido sono le fiere internazionali che permettono di entrare in contatto con nuove idee e di proporre le nostre visioni e i nostri eccellenti prodotti. Dalla terra, dal mare e quindi dall’agricoltura, pastorizia, allevamento ecc, possiamo portare anche il discorso editoria, nel quale un ottimo strumento per la vendita dei libri è il web sempre più in sostituzione delle tradizionali librerie. Un altro buono strumento è l’ormai tipica fiera del libro se la casa editrice si prende il disturbo di partecipare!

A.M.: Il 26 agosto presso il Museo della musica di Piedimonte Etneo, la raccolta è stata presentata ufficialmente. Com’è andata la serata?
Rosario Tomarchio: La serata è andata benissimo con un pubblico veramente di qualità e con una parte dell’amministrazione presente. La presentazione, come detto, si è svolta al Museo della musica alternando la lettura delle mie poesie con meravigliosi passaggi musicali. Con l’occasione, ci tengo a ringraziare la signora Enrichetta Pollicina (vicesindaco di Piedimonte Etneo) e la signora Ivana Pollicina (consigliere comunale) per la gentile collaborazione e la disponibilità per la realizzazione della serata.

A.M.: So che hai in programma qualche novità… vuoi svelare qualcosa anche ai lettori?
Rosario Tomarchio: Sì, cara Alessia, ci sono tre grandi novità che voglio anticipare ai lettori. Prima fra tutte: la nascita della mia casa editrice, una scelta che ho fatto dopo molte riflessioni e valutazioni sulla possibilità di mercato. In secondo luogo, e legato alla mia prima novità: la realizzazione di un concorso nazionale di cui però non voglio svelare i particolari. E dulcis in fundo la terza novità è l’uscita in tutte le librerie fisiche e online della mia nuova raccolta di poesie con un tema molto particolare che farà da filo conduttore.

A.M.: Salutaci con una citazione…
Rosario Tomarchio: In questa bella e interessante intervista, abbiamo parlato dell’Etna e così mi è venuto in mente un poeta che ogni giorno guardava un monte. “Sempre caro mi fu quest’ermo colle” Giacomo Leopardi.

A.M.: Rosario ti ringrazio per il tempo che hai dedicato a questa breve esplorazione di “Memorie”, ai lettori invito all’acquisto della tua antologia, disponibile anche in formato digitale, e saluto con una citazione dello scrittore francese Marcel Proust: “Troviamo di tutto nella nostra memoria: è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso.”

Written by Alessia Mocci

Info
Photo Rosario Tomarchio by Gianluca Leonardi
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Fonte
http://oubliettemagazine.com/2020/02/07/intervista-di-alessia-mocci-a-ro...

Interviewee: 
Rosario Tomarchio

Addio allo scrittore Ermanno Rea

È morto a Roma il giornalista e scrittore Ermanno Rea. Nato a Napoli nel 1927, città alla quale è rimasto sempre molto legato, Rea ha vinto il premio Viareggio nel '96 con il romanzo autobiografico Mistero napoletano e il Campiello nel '99 con Fuochi fiammanti a un'hora di notte. Finalista al premio Strega nel 2008 con Napoli Ferrovia. Tra le sue opere, L'ultima lezione. La solitudine di Federico Caffè, scomparso e mai più ritrovato (Einaudi '92) in cui ripercorreva la storia dell'economista scomparso nel 1987, La dismissione (2002), romanzo che parla della chiusura dell'acciaieria Ilva, Il sorriso di Don Giovanni (2014). Il caso Piegari, attualità di una vecchia sconfitta (2014). In autunno è prevista l'uscita di un ultimo romanzo, Nostalgia, ambientato a Napoli. Nel 2014 si era candidato alle elezioni europee con la lista Tsipras, senza però riuscire ad essere eletto.
(Fonte: www.ansa.it)

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